TORNA CAPITAN ROGERS

TORNA CAPITAN ROGERS

TORNA CAPITAN ROGERS

La casa editrice Nona Arte annuncia la ristampa, in 4 volumi da 112 pagine a 29,90 euro, in edizione cronologica e integrale, della serie Capitan Rogers, di Giorgio Pezzin (testi) e Giorgio Cavazzano (disegni). Serie umoristica western, originariamente pubblicata sul settimanale il Giornalino tra il 1981 e il 1989, racconta le avventure di Geremy Reginald Rogers nelle fredde e verdeggianti foreste del Nordovest americano verso la fine del 1700.

CANTO DI NATALE PER DISNEY

CANTO DI NATALE PER DISNEY

CANTO DI NATALE PER DISNEY

Annunciato da Panini (per il mese di settembre, 138 pagine, 24 euro) il volume Canto di Natale, contenente diverse storie a tema natalizio, tra cui Il canto di Natale, di Guido Martina, adattamento del celebre racconto di Charles Dickens.

A noi italiani potrà apparire strano, ma in Inghilterra e nei Paesi anglosassoni in genere esiste una lunga tradizione di storie di fantasmi legate al Natale. In epoca vittoriana, i cittadini inglesi durante il pomeriggio e la notte della vigilia si stringevano vicino al camino acceso e, mentre le fiamme danzavano e all’esterno scendevano copiosi fiocchi di neve, si raccontavano storie di spiriti. Questi racconti, talvolta davvero tenebrosi, avevano il duplice scopo di riunire la famiglia in un momento di festa e di esorcizzare le paure dell’inverno, con il suo freddo e le sue avversità.

Anche gli scrittori rendevano onore alla tradizione, inventandosi di anno in anno nuove storie perché venissero pubblicate in quel magico periodo dell’anno. Tra loro spiccavano penne come Montague Rhodes James, Charlotte Riddell, Sir Andrew Caldecott e Charles Dickens, giusto per citarne alcune. Charles Dickens scrive A Christmas Carol, Canto di Natale, nel 1843 in poco più di due mesi, perché sia pubblicato in tempo per le feste natalizie, come vuole la tradizione. Non è l’unica storia natalizia dell’autore, dato che fa parte di una serie di cinque racconti dedicati al Natale apparsi fino al 1848, ma di certo è la più riuscita e la più famosa.

Il protagonista di Canto di Natale non è una figura edificante, almeno inizialmente. Si tratta del vecchio Ebenezer Scrooge, un finanziere avaro e dal cuore arido, ammesso ne abbia uno. Per questo miope uomo il Natale è solo una perdita di tempo, peggio, un’occasione per sperperare denaro in regali ed eccessivamente dispendiosi pasti. Per questo non si fa scrupoli nel costringere e il suo unico impiegato, il povero Bob Cratchit, a lavorare anche nel giorno dedicato a tale festività. Succede, però, qualcosa di inaspettato: durante la vigilia Scrooge riceve la visita del fantasma del suo defunto socio in affari, Jacob Marley, che lo avvisa del sopraggiungere, previsto per quella stessa notte, di tre spiriti destinati a cambiare profondamente l’animo di Ebenezer.

Canto di Natale diventa quindi la storia di un’evoluzione improvvisa e drammatica, di un’epifania, una rivelazione conseguita con l’aiuto degli spiriti. Nell’antitesi tra il ricco avaro che odia il Natale e il povero impiegato che lo celebra, Dickens porta sulla carta una critica sociale alle evidenti disparità economiche esistenti tra la maggior parte dei cittadini e pochi ricchi fortunati, così come la necessità di riscoprire l’amore e la fiducia verso il prossimo, indispensabile per apportare importanti cambiamenti sociali.

Zio Paperone è stato creato nel 1947 dal fumettista Carl Barks ed è evidentemente ispirato a Ebenezer Scrooge. Tale legame appare evidente già dal suo nome originale, Scrooge McDuck, e si rafforza nel ravvisare nel papero quell’avarizia e quella tendenza ad accumulare denaro che fanno parte del carattere burbero dello Scrooge letterario.

IN INGHILTERRA CON I MOOMIN

IN INGHILTERRA CON I MOOMIN

IN INGHILTERRA CON I MOOMIN

La Ferens Art Gallery (Queen Victoria Square, Kingston upon Hull, United Kingdom, HU1 3RA) sta ospitando, dal 23 maggio e lo farà fino al 6 settembre, una mostra dedicata ai Moomin. Si tratta di una mostra interattiva appositamente allestita che celebra le amate storie e le incantevoli illustrazioni di Tove Jansson. È possibile passeggiare tra installazioni che riproducono isole meravigliose, invitando i più piccoli a esplorare grandi emozioni, scoprire le proiezioni dei meravigliosi dipinti di Tove Jansson e sperimentare la dolce magia, la curiosità e la meraviglia che hanno conquistato i cuori di generazioni. Questa coinvolgente celebrazione rende omaggio alla creatività, al calore e all’immaginazione senza tempo di Tove.

I GATTI DI HEIKALA

I GATTI DI HEIKALA

I GATTI DI HEIKALA

Artista finlandese, Heikala disegna da sempre. Quand’era piccola, disegnava animali, poi i Pokémon arrivarono in Finlandia e per anni i suoi album da disegno furono pieni di Bulbasaur e Charmander. A scuola aveva un insegnante di arte che la incoraggiò a sperimentare con diversi materiali e tecniche. Provò la scultura e i colori a olio. Nei primi anni Duemila, i manga fecero la loro comparsa nelle edicole della sua città natale, Oulu, quindi Heikala iniziò a schizzare esseri umani nello stile dei fumetti giapponesi. Quando aveva 16 anni fu ammessa in un istituto artistico superiore a Helsinki, a sei ore di treno da lì, il che significava lasciare casa. I suoi genitori l’hanno sempre incoraggiata e così, dopo la scuola superiore, ha frequentato l’università a Lahti. È stato durante il corso quinquennale di graphic design che ha appreso per la prima volta l’importanza del branding, del design del prodotto e della narrazione visiva. Mentre era ancora all’università, iniziò ad andare alle convention, alle artist alley, dove le sue opere si vendevano sorprendentemente bene. Dopo la laurea, ha iniziato ad avviare la propria attività: realizzare illustrazioni e libri da vendere principalmente in proprio. L’ultima sua “creatura” è un piccolissimo libretto che contiene solo illustrazioni di gatti, realizzate partendo da foto. Animali “magici” per natura, si dimostrano soggetti perfetti per questa artista.

L’EPOCA D’ORO DELLE RIVISTE MANGA

L’EPOCA D’ORO DELLE RIVISTE MANGA

L’EPOCA D’ORO DELLE RIVISTE MANGA

La casa editrice Kodansha ha dato alle stampe i primi due volumi di Heisei Tensei (Heisei Reincarnation), un manga scritto e disegnato da Shinpei Funatsu. La storia ruota attorno al giovane Norikazu Shimizu, un tipo davvero sfortunato. Il giorno stesso in cui entra nella grande casa editrice Heidansha, l’azienda fallisce. Inoltre, Shimizu viene investito da un camion e muore. Incontra così la dea Ise, che gli offre la possibilità di reincarnarsi e gli chiede in quale epoca. Shimizu sceglie l’era Heisei (il periodo della storia giapponese tra il 1989 e il 2019). Si ritrova quindi assunto come editor in una rivista di manga degli anni Novanta, nel periodo in cui tali pubblicazioni hanno raggiunto il massimo della popolarità. Deve però lavorare senza smartphone, tablet per disegnare o comunicazioni istantanee, utilizzando solo carta, fax e telefoni fissi. Il tratto è grezzo, ma la storia svela i retroscena del lavoro di redazione (anche con umorismo), la follia delle nottate in bianco passate in redazione a rincorrere gli autori, i testi da inserire nei ballon (venivano stampati a parte e poi incollati sulle tavole), ecc. ecc. Insomma, un manga davvero interessante per gli appassionati.

TORNA METOPOLIS

TORNA METOPOLIS

TORNA METOPOLIS

In occasione dei 50 anni dalla scomparsa di Fritz Lang (1890-1976), regista del film cult Metropolis, ambientato proprio nel 2026, Panini annuncia una nuova edizione di Metopolis, adattamento a fumetti in chiave disneyana firmato da Francesco Artibani e Paolo Mottura.

Quando nel 1912 Thea Von Harbou pubblicò il romanzo Metropolis probabilmente, come ogni buon scrittore di fantascienza, sapeva che stava anticipando il futuro. In modo esagerato e un po’ approssimativo, certamente, e prendendosi delle libertà necessarie a fini narrativi. Tuttavia, la sua visione di una gigantesca città dominata da edifici imponenti non è in fondo molto diversa da una foto scattata oggi a New York o a Tokyo. Ma, molto probabilmente, la Von Harbou non ha mai neanche sospettato che, a decenni di distanza e in altri luoghi del globo, Metropolis sarebbe diventato fonte d’ispirazione per fumettisti e animatori, oltre che per il marito Fritz Lang che lo portò sullo schermo cinematografico già nel 1927 grazie a una pellicola in bianco e nero, visionaria e spettacolare, su sceneggiatura della stessa Von Harbou.

Il primo fumettista a cimentarsi in un adattamento di carta e china, invece, è stato il giapponese Osamu Tezuka, che nella postfazione di una delle tante edizioni spiega che il suo manga Metropolis, o Metoropolisu per dirla alla giapponese, è nato grazie al film. In realtà Tezuka non aveva visto la pellicola ma solamente letto un articolo, accompagnato da alcune foto, su una rivista di cinema. Anche per questo motivo le 160 tavole del suo fumetto, datato 1949, sono molto differenti dal film e, nonostante il titolo, più che sulla città si concentrano sull’altro cardine del lungometraggio: la donna robot, che Tezuka trasforma in una creatura artificiale dalle fattezze dolcemente femminili ma del tutto asessuata e dal nome Michi.

Molto tempo dopo, un importante regista innamorato del manga vorrebbe trasformarlo in un film in animazione. Si tratta di Rin Taro, che negli anni Ottanta si scontra con diversi rifiuti di Tezuka, convinto che il proprio manga sia troppo datato e approssimativo rispetto a sue produzioni successive, e non desidera quindi vederlo sul grande schermo. Scomparso Tezuka, nel 2001 Rin Taro riesce a soddisfare il proprio desiderio, grazie anche a Katsuhiro Otomo (già autore di Akira) che, pur partendo dal manga di Tezuka, scrive una sceneggiatura del tutto nuova, in cui inserisce sottotrame e personaggi che non erano presenti nella storia del 1949. Ma ciò che è più importante e l’assurgere della città a vera protagonista. Metropolis è una gigantesca città del futuro dove, grazie allo sviluppo scientifico, convivono esseri umani e robot. Ma ricchezza e prosperità visibili in superficie sono possibili solo grazie allo sfruttamento di chi vive sottoterra, soprattutto robot. Due mondi destinati a entrare in conflitto con conseguenze drammatiche.

In tempi recenti tocca due italiani cimentarsi con Metropolis, ma in un’ottica disneyana. Da decenni, infatti, in casa Disney si è soliti realizzare parodie (anche se non sempre calcando sul lato comico) di importanti opere letterarie e cinematografiche. Metopolis è una delle ultime, prima pubblicata sul magazine Topolino e in seguito in volume monografico.

La trama ripercorre quella del film, sostituendo il protagonista maschile con Mr. Topp Topper (Topolino) e quello femminile con Minny (Minni). Una variazione rilevante, invece, consiste nell’eliminazione del padre del protagonista e nell’affidare il ruolo di “cattivo” a un consulente interpretato da Gambadilegno, probabilmente perché in casa Disney un conflitto padre/figlio non sarebbe stato ben visto.

La narrazione si snoda come previsto, con la scoperta da parte di Topper delle condizioni disumane cui sono sottoposti i suoi operai, conseguente rivolta e imminente disastro. Il gigantismo cittadino è ben espresso dal tratto di Paolo Mottura, che disegna palazzi che si incurvano nel loro slanciarsi verso l’alto per sottolineare le dimensioni imponenti della città. Inoltre, le tavole si fanno disordinate e le vignette irregolari quando è necessario evidenziare momenti particolarmente drammatici. A ciò si aggiunge la naturale propensione del disegnatore nel rendere espressivo il linguaggio corporale dei personaggi, grazie a pose dinoccolate frutto di corpi quasi gommosi che è in grado di muovere con maestria. Altra nota positiva la scelta dei colori (affidati allo stesso Mottura o a sconosciuti coloristi?), con una prevalenza di tinte cupe e giochi di luci e ombre efficaci nello svelare i contrasti cittadini, mettendo a confronto gli scintillanti piani alti dei grattacieli con le cupe atmosfere delle fabbriche a livello terra.

Se, quindi, dal punto di vista grafico non si può che elogiare Metopolis, alcune perplessità restano di fronte a soggetto e sceneggiatura. Come già affermato, la storia scorre senza intoppi ma il suo limite consiste nell’essere rimasta fin troppo fedele all’originale, senza particolari guizzi innovativi, probabilmente con la sola esclusione di Pippo, qui in veste di operaio numero 22422, la cui ingenua goffaggine è sinonimo di garanzia. Dopotutto si conferma l’eterno dilemma di questo genere di operazioni, che pone gli autori di fronte a due opzioni: rimanere sui binari del racconto preesistente, oppure deragliare rischiando il disastro ma esplorando nuovi percorsi narrativi. Voi che avreste fatto?