
TORNA METOPOLIS
In occasione dei 50 anni dalla scomparsa di Fritz Lang (1890-1976), regista del film cult Metropolis, ambientato proprio nel 2026, Panini annuncia una nuova edizione di Metopolis, adattamento a fumetti in chiave disneyana firmato da Francesco Artibani e Paolo Mottura.
Quando nel 1912 Thea Von Harbou pubblicò il romanzo Metropolis probabilmente, come ogni buon scrittore di fantascienza, sapeva che stava anticipando il futuro. In modo esagerato e un po’ approssimativo, certamente, e prendendosi delle libertà necessarie a fini narrativi. Tuttavia, la sua visione di una gigantesca città dominata da edifici imponenti non è in fondo molto diversa da una foto scattata oggi a New York o a Tokyo. Ma, molto probabilmente, la Von Harbou non ha mai neanche sospettato che, a decenni di distanza e in altri luoghi del globo, Metropolis sarebbe diventato fonte d’ispirazione per fumettisti e animatori, oltre che per il marito Fritz Lang che lo portò sullo schermo cinematografico già nel 1927 grazie a una pellicola in bianco e nero, visionaria e spettacolare, su sceneggiatura della stessa Von Harbou.
Il primo fumettista a cimentarsi in un adattamento di carta e china, invece, è stato il giapponese Osamu Tezuka, che nella postfazione di una delle tante edizioni spiega che il suo manga Metropolis, o Metoropolisu per dirla alla giapponese, è nato grazie al film. In realtà Tezuka non aveva visto la pellicola ma solamente letto un articolo, accompagnato da alcune foto, su una rivista di cinema. Anche per questo motivo le 160 tavole del suo fumetto, datato 1949, sono molto differenti dal film e, nonostante il titolo, più che sulla città si concentrano sull’altro cardine del lungometraggio: la donna robot, che Tezuka trasforma in una creatura artificiale dalle fattezze dolcemente femminili ma del tutto asessuata e dal nome Michi.
Molto tempo dopo, un importante regista innamorato del manga vorrebbe trasformarlo in un film in animazione. Si tratta di Rin Taro, che negli anni Ottanta si scontra con diversi rifiuti di Tezuka, convinto che il proprio manga sia troppo datato e approssimativo rispetto a sue produzioni successive, e non desidera quindi vederlo sul grande schermo. Scomparso Tezuka, nel 2001 Rin Taro riesce a soddisfare il proprio desiderio, grazie anche a Katsuhiro Otomo (già autore di Akira) che, pur partendo dal manga di Tezuka, scrive una sceneggiatura del tutto nuova, in cui inserisce sottotrame e personaggi che non erano presenti nella storia del 1949. Ma ciò che è più importante e l’assurgere della città a vera protagonista. Metropolis è una gigantesca città del futuro dove, grazie allo sviluppo scientifico, convivono esseri umani e robot. Ma ricchezza e prosperità visibili in superficie sono possibili solo grazie allo sfruttamento di chi vive sottoterra, soprattutto robot. Due mondi destinati a entrare in conflitto con conseguenze drammatiche.
In tempi recenti tocca due italiani cimentarsi con Metropolis, ma in un’ottica disneyana. Da decenni, infatti, in casa Disney si è soliti realizzare parodie (anche se non sempre calcando sul lato comico) di importanti opere letterarie e cinematografiche. Metopolis è una delle ultime, prima pubblicata sul magazine Topolino e in seguito in volume monografico.
La trama ripercorre quella del film, sostituendo il protagonista maschile con Mr. Topp Topper (Topolino) e quello femminile con Minny (Minni). Una variazione rilevante, invece, consiste nell’eliminazione del padre del protagonista e nell’affidare il ruolo di “cattivo” a un consulente interpretato da Gambadilegno, probabilmente perché in casa Disney un conflitto padre/figlio non sarebbe stato ben visto.
La narrazione si snoda come previsto, con la scoperta da parte di Topper delle condizioni disumane cui sono sottoposti i suoi operai, conseguente rivolta e imminente disastro. Il gigantismo cittadino è ben espresso dal tratto di Paolo Mottura, che disegna palazzi che si incurvano nel loro slanciarsi verso l’alto per sottolineare le dimensioni imponenti della città. Inoltre, le tavole si fanno disordinate e le vignette irregolari quando è necessario evidenziare momenti particolarmente drammatici. A ciò si aggiunge la naturale propensione del disegnatore nel rendere espressivo il linguaggio corporale dei personaggi, grazie a pose dinoccolate frutto di corpi quasi gommosi che è in grado di muovere con maestria. Altra nota positiva la scelta dei colori (affidati allo stesso Mottura o a sconosciuti coloristi?), con una prevalenza di tinte cupe e giochi di luci e ombre efficaci nello svelare i contrasti cittadini, mettendo a confronto gli scintillanti piani alti dei grattacieli con le cupe atmosfere delle fabbriche a livello terra.
Se, quindi, dal punto di vista grafico non si può che elogiare Metopolis, alcune perplessità restano di fronte a soggetto e sceneggiatura. Come già affermato, la storia scorre senza intoppi ma il suo limite consiste nell’essere rimasta fin troppo fedele all’originale, senza particolari guizzi innovativi, probabilmente con la sola esclusione di Pippo, qui in veste di operaio numero 22422, la cui ingenua goffaggine è sinonimo di garanzia. Dopotutto si conferma l’eterno dilemma di questo genere di operazioni, che pone gli autori di fronte a due opzioni: rimanere sui binari del racconto preesistente, oppure deragliare rischiando il disastro ma esplorando nuovi percorsi narrativi. Voi che avreste fatto?
