
100 METRI, LA VITA È UNA METAFORA
Uno dei protagonisti di 100 metri si chiama Togashi, si considera un ragazzo normale e ha un mantra esistenziale: «Basta essere il più veloce di tutti nei cento metri… e ogni cosa si risolverà». Sta parlando, in realtà, della vita stessa, ridotta metaforicamente a una pista di atletica da percorrere in dieci secondi. Qualcosa in lui però cambia quando, alle elementari, conosce Komiya, un nuovo compagno che vede nella corsa solo un modo di distrarsi dalle storture del quotidiano. Inizialmente bullizzato, Komiya viene preso sotto l’ala di Togashi che gli impartisce importanti lezioni di tecnica. Le cose mutano rapidamente con l’arrivo al liceo: pur continuando a eccellere agli occhi degli altri, il giovane campione si scontra con i limiti del proprio corpo e con la sua stessa morale agonistica, arrivando a valutare l’abbandono dall’atletica. Sarà un altro incontro, quello con la giovane Asakusa del disastrato club di atletica della scuola, a porre Togashi di fronte alle decisioni più importanti della sua vita.
Togashi è il centro dell’universo di 100 metri. Attorno a lui orbitano comprimari che, per un singolare equilibrio entropico, potrebbero prenderne il posto da un momento all’altro. L’atletica raccontata da Uoto (di cui sopravvivono personali ricordi altrettanto disastrosi ai tempi della scuola) si allontana dai canoni del classico spokon celebrativo (le spokon mono sono le storie a fumetti sulla tenacia sportiva); è piuttosto un lucido connubio di posizioni esistenziali che dà voce sia a chi arriva primo, sia a chi – come spesso accade nella vita – è destinato a perdere. Con le idee chiarissime fin dal debutto, l’autore ha strutturato il suo manga dandosi un limite temporale preciso, pur prevedendo qualche “ancora di salvataggio” nel caso in cui Kōdansha avesse deciso di sospendere l’opera. La vera materia “muscolare” del racconto non deriva tanto dalle prodezze fisiche dei corridori, quanto dall’impeto concettuale che il disegnatore riversa nelle loro convinzioni. Idee che si traducono nella straordinaria coralità di personaggi diversi, tutti uniti nel considerare la corsa dei cento metri come un grandioso microcosmo della vita. 100 metri è un dramma umano privo della retorica e delle esagerazioni tipiche del genere. E se è pur vero che Uoto non è un mostro di tecnica nel disegno (certi profili anatomici sono davvero orrendi), quando deforma i volti per trasporre la tensione nervosa, l’eccitazione agonistica e lo sforzo puro attraverso primi piani intensissimi, si capisce chiaramente di essere davanti a un’opera che non sembra avere rivali in circolazione. — Mario A Rumor
