LA MIA VITA A 24 FOTOGRAMMI AL SECONDO

Non è affatto casuale se l’autobiografia a fumetti di Rintarō, La mia vita a 24 fotogrammi al secondo, cominci dalla fine, cioè durante la lavorazione del film Metropolis (2001). Il regista giapponese lo aveva realizzato ispirandosi al manga eponimo di Osamu Tezuka e all’appuntamento si era presentato giocando con la nostalgia degli appassionati di vecchia data, mettendosi audacemente alla prova tra animazione tradizionale e tecniche digitali. Dal suo particolarissimo punto di vista, il film era una voluta chiusura del cerchio: un duplice capitolo di vita iniziato proprio alla Mushi Production di Tezuka (all’epoca conosciuto come “il castello dei sogni”) e terminato omaggiando il Maestro attraverso uno dei suoi più popolari classici a fumetti. Grazie al dio dei manga, infatti, il giovanissimo Rintarō (nato Shigeyuki Hayashi) era riuscito a diventare regista. Un sogno accarezzato fin da ragazzino, e la cui ombra si allunga già nelle prime vignette di quest’opera prendendo posto in una sala cinematografica in compagnia del padre da cui ereditò la passione per la settima arte. Dire che questo fumetto è soltanto un’autobiografia è quasi riduttivo. Qui c’è tutto l’amore per una professione, che parte dal più puro artigianato (come fabbricarsi una lanterna magica o scrivere una sceneggiatura in giovanissima età e spedirla allo sceneggiatore e regista Kunio Watanabe) e attraversa mezzo secolo di Storia dell’animazione giapponese.

La mia vita a 24 fotogrammi al secondo (pubblicato in Italia da Bao Publishing) non è un manga, ma una bande dessinée che Rintarō ha realizzato per l’editore francese Kana. Ci sono voluti sei anni per completare l’opera: inizialmente si trattava di un progetto per un film animato in co-produzione tra Giappone e Francia, ma in seguito – per assenza di budget e su suggerimento del suo assistente alla regia a Parigi – è diventato un racconto autobiografico. La vicenda parte di volata nel 1941, anno di nascita di Shigeyuki, e attraversa gli anni della guerra, che costringono la famiglia a trasferirsi da Tokyo in campagna, per poi affrontare il Dopoguerra con il ritorno nella capitale. Nel racconto emergono poco alla volta le scoperte folgoranti del Rintarō bambino (il cinema itinerante, i kamishibai) e la passione per il disegno. Trovano posto le ambizioni artistiche del padre, che muoiono definitivamente con la risposta di Watanabe, e le vicissitudini familiari fatte di trasferimenti, case in affitto piccole e affollate, l’allontanamento della madre e i primi lavoretti del giovane regista. Per lui le cose sembrano sempre accadere al momento opportuno e, ben presto, il talento lo conduce dalla “fabbrica dei sogni” Tōei Dōga al nuovo regno dell’animazione: la Mushi Production, dove viene incaricato di dirigere alcuni episodi di Astro Boy (1963) e poi di Kimba –  Il leone bianco (1965). Da lì la consacrazione ad artista e genio degli anime: arrivano come una benedizione il cult Capitan Harlock (1978) e il film Galaxy Express 999 (1979), campione di incassi al botteghino. Fino alla consapevolezza di aver infine trovato una sua dimensione in quanto autore con il kolossal Harmagedon – La guerra contro Genma (1983).

Il 23 aprile 2025, La mia vita a 24 fotogrammi al secondo ha vinto il “Gran Premio Manga” al 29° Osamu Tezuka Cultural Prize, evento organizzato dal quotidiano «Asahi Shimbun» in collaborazione con Macoto Tezka, figlio del celebre disegnatore. È la prima volta per una bande dessinée, e la prima volta per Rintarō che, scherzando sull’età, ha ringraziato pur essendo un debuttante “non mangaka”. L’occasione è stata certamente istruttiva: dal punto di vista di chi fa fumetti, l’opera del regista ha sbaragliato qualsiasi dubbio sul fatto che anche a Oriente sia possibile inchinarsi alle regole e al modus vivendi artistico della scuola franco-belga nel raccontare una storia. L’abilità di Rintarō è stata pari alla fatica di adeguarsi a quelle regole; al tempo stesso, ha creato la sua storia (una storia che occupa metà della sua vita, quella fatalmente più facile da assorbire per gli appassionati di manga e anime) come fosse lo storyboard di un film (altro saggio consiglio pervenuto dal suo assistente alla regia). Quindi, quel suo film autobiografico è come se alla fine lo avesse realizzato, in qualche misura. Ma è soprattutto la passione per il mestiere dell’animatore e del regista che quest’opera promuove, con una sorta di disincanto e un pizzico di ironia (il “discolo” Rin-chan che alla fine combina qualcosa di importante nella vita). Nei fotogrammi del titolo scorrono anche le immagini di un’altra Storia, quella degli anime, la cui devozione si ritrova nitida negli interventi e nelle dichiarazioni dei premiati e dei giurati dell’Osamu Tezuka Cultural Prize. In La mia vita a 24 fotogrammi al secondo si leggono la fatica, il sudore e l’orgoglio (o il rimpianto) del creare immagini in movimento. E Rintarō si incarica di raccontarlo da testimone onesto, ancora perdutamente innamorato del cinema —Mario A Rumor