GLI 80 ANNI DI LUCKY LUKE

GLI 80 ANNI DI LUCKY LUKE

GLI 80 ANNI DI LUCKY LUKE

Lucky Luke, il cow-boy che spara più veloce della propria ombra, è stato creato nel 1946 dal belga Morris (pseudonimo di Maurice De Bevère, 1923-2001). Personaggio solitario, astuto nel catturare criminali, oltre che nei fumetti ha vissuto molte avventure al cinema e in televisione grazie a film in animazione e live action. In questo 2026 il personaggio compie 80 anni e in Francia esce il volume “La longue marche de Lucky Luke” realizzato da Matthieu Bonhomme, che mette il personaggio sotto una luce maggiormente seria e realistica. Foreste del Minnesota settentrionale, territorio Lakota. Lucky Luke riceve l’incarico dal signor Cramp, capo dell’imponente “Cramp Company”, di ritrovare suo nipote, presumibilmente rapito alla nascita dalla tribù dei Piedi Blu. Luke trova il ragazzo, ora decenne, che ha assunto il nome di Nuvola Rossa, figlio adottivo del capo Wood-Lance, ma si rende subito conto che Cramp sta cercando di eliminare questo erede e rivale per impadronirsi dell’azienda di famiglia. Il cowboy fugge immediatamente con Nuvola Rossa verso il Canada e inizia un lungo e pericoloso viaggio attraverso foreste ghiacciate, lupi affamati e (quattro) formidabili fuorilegge inviati da Cramp! Matthieu Bonhomme reinventa il genere giocando con personaggi ben noti della serie (così come con altri tratti dall’attualità!) elevando ulteriormente le sue doti grafiche. Ci offre un grande western che fonde brillantemente la più pura tradizione dell’avventura con una prospettiva tenera, divertente e coinvolgente.

LA TOMBA DELLE LUCCIOLE

LA TOMBA DELLE LUCCIOLE

LA TOMBA DELLE LUCCIOLE

È meritata la riappropriazione del film La tomba delle lucciole (Hotaru no haka, 1988) alla sfera cultuale più elevata di classico dell’animazione. Il recente successo nelle sale italiane (oltre 630 mila euro d’incasso con Lucky Red) suona come un necessario risarcimento morale che si deve a un autore, Isao Takahata, troppo spesso oscurato nel cuore degli appassionati dal collega Hayao Miyazaki. Ne è passato di tempo dalla prima, storica apparizione in videocassetta per Yamato Video nel 1995. Lo shock culturale di quel racconto, la drammatica bellezza di immagini affacciate sull’abisso della Seconda Guerra Mondiale e su un’infanzia devastata dall’indifferenza degli adulti, sono diventati un motore emotivo per intere generazioni. Il film e le sue tematiche – comprese quelle appiccicate d’ufficio dagli spettatori che non sempre collimano con le reali intenzioni di Takahata – restano un appuntamento sacro anche per chi non segue abitualmente gli anime giapponesi. Perché questo è uno di quei rari casi cinematografici in cui ogni visione sembra la prima: le emozioni si rigenerano e l’empatia per Seita e Setsuko torna ogni volta come un moto ondoso irrefrenabile. Un impatto oggi amplificato dall’eccellente edizione Lucky Red, che vanta la nuova traduzione di Francesco Nicodemo, l’adattamento di Roberto Bonuglia e la direzione del doppiaggio di Alessandro Rossi, con le voci vibranti di Valeriano Corini e Luna Tosti.

In un’epoca di social frenetici e distrazioni digitali, il capolavoro di Takahata torna a interrogarci con la forza di un classico che non ha perso un briciolo del suo splendore drammatico. La coincidenza di trovarci per l’ennesima volta travolti da conflitti globali ha chiaramente innalzato il film a manifesto contro la guerra. Torna tuttavia utile rileggere la storica intervista al regista pubblicata dal mensile «Animage» nell’estate del 1987. In quel dialogo con Takahata, seduto accanto ad Akiyuki Nosaka (1930-2015) – autore del racconto parzialmente autobiografico Hotaru no Haka oggi riproposto da Kappalab – emerge la vulnerabilità di ogni etichetta pre-impostata. Due testimoni, e sopravvissuti, della guerra con una precisa idea delle “finalità” dell’opera; due artisti capaci di trovare un compromesso per realizzare una trasposizione ritenuta impossibile per ricostruzione storica e complessità psicologica dei personaggi. La tragedia di Seita e Setsuko non è figlia solo delle bombe incendiarie che piovono sulla città di Kobe, ma è il peccato di un isolamento volontario: la scelta di Seita di non sopportare le umiliazioni della zia e di rifugiarsi in un “paradiso per due” è il motore immobile della vicenda. Una critica sottile alla modernità, dove il desiderio di preservare un’intimità incontaminata collide fatalmente con una realtà che non ammette deroghe alla sopravvivenza collettiva. Seita non è un eroe da manuale: lo stesso Nosaka non riuscì a perdonare l’ipocrisia dell’alter ego letterario nel tentativo, quasi assurdo, di salvare la sorellina. Le visioni di regista e scrittore si amalgamano così in un’opera unica, attenta a non tracimare nel didascalico, confinata in un limbo che lascia al pubblico la libertà di formulare riflessioni personali.

Dopo il successo in sala, il film è ora disponibile per Lucky Red in una Collector’s Edition in steelbook (Blu-ray e Dvd) che include extra di rilievo: dall’intervista a Takahata (18’) al video promozionale (15’) che coinvolge anche la produzione de Il mio vicino Totoro, il film di Miyazaki distribuito nei cinema assieme alla Tomba, fino agli storyboard integrali (85’) e a due scene tagliate. Doppio audio italiano e giapponese, con sottotitoli in italiano per un’edizione definitiva che non smette di parlare al nostro cuore. —Mario A Rumor

IL GENJI MONOGATARI SECONDO WAKI YAMATO

IL GENJI MONOGATARI SECONDO WAKI YAMATO

IL GENJI MONOGATARI SECONDO WAKI YAMATO

Asaki Yumemishi è la prova che gli shojo manga non sono banali fumetti o svenevolezze romantiche. Il capolavoro disegnato da Waki Yamato, pubblicato in Italia da J-Pop con il titolo La storia di Genji, è l’adattamento a fumetti del caposaldo della letteratura giapponese Genji Monogatari di Murasaki Shikibu scritto intorno all’anno Mille. L’opera viene proposta ai lettori italiani nell’edizione Kodansha del 2021 in sette volumi, uscita in Giappone per celebrare i 55 anni di carriera della disegnatrice. Ci vuole un immenso coraggio, e parecchia ostinazione, a trasformare in vignette uno dei classici immortali della letteratura giapponese. Waki Yamato però, una volta ha detto una cosa saggia: con un singolo disegno, i fumetti permettono di capire tutto all’istante. Lo ha dichiarato durante un evento speciale al Metropolitan Museum of Art di New York nel 2019, in cui la sua arte fu celebrata nella mostra “The Tale of Genji: A Japanese Classic Illuminated” con l’esposizione di alcune tavole originali. Il tema supremo che il Genji Monogatari a fumetti trascina con sé non faticherebbe a trovare posto tra i versi solenni e quasi mistici della canzone The Power of Love dei Frankie Goes to Hollywood. Racconta l’amore impossibile di Hikaru Genji, figlio dell’Imperatore, per la moglie di quest’ultimo, Fujitsubo, e del suo tentativo di disfarsi di quella ossessione intrecciando relazioni con altre dame, fino al giorno in cui incontra una fanciulla somigliante alla sua amata. Si semplifica, per amore di sintesi. Ovviamente il Genji Monogatari è un “Colosso di Rodi” letterario che va assaporato una pagina alla volta (nell’edizione italiana Einaudi vanta la traduzione di Maria Teresa Orsi, massima esperta della materia), ed è molto più stratificato di così.

A proposito di Asaki Yumemishi, osserva bene Aki Maekawa, redattrice di testate femminili: i personaggi di Waki Yamato sembrano aver ricevuto un soffio vitale capace di liberarli dall’insopportabile artificiosità della finzione. Nella sua lista delle priorità d’artista e di impavida “traduttrice a fumetti”, Yamato ha voluto rassicurare se stessa e i lettori concependo personaggi dall’indole moderna, e obbedendo all’input femminista dell’opera letteraria. Lo ha fatto rispondendo alla domanda: “Se vivessero oggi, come si comporterebbero?”. Questa imposizione, pur nel rispetto dell’originale, ha facilitato l’immedesimazione, intercettando debolezze, timori e ansietà universali. Con impeto quasi materno, Yamato ha permesso che i personaggi aprissero un varco oltre la vignetta, invitando chi legge ad ammettere: questo personaggio un po’ mi somiglia. Ciò vale in particolare per le figure femminili perché, come apprendiamo dalle sue passioni e da opere celebri come Una ragazza alla moda, la mangaka ammira profondamente le donne che sanno parlare con fermezza.

Il periodo Heian, in cui il racconto prende vita, raramente è stato così ospitale come tra le tavole di Asaki Yumemishi. L’intero processo creativo del manga è affascinante: un viaggio iniziato in solitaria nel 1979 — dopo il diniego di alcuni amici della disegnatrice a collaborare al progetto — e fondato su uno studio rigoroso del testo. Waki Yamato si è immersa nell’opera prima attraverso le traduzioni moderne, poi affrontando l’originale in giapponese antico (impresa tutt’altro che semplice), leggendolo ad alta voce quasi per evocarne scenari, personaggi e stati d’animo. Un’esperienza sensoriale di avvicinamento e approfondimento del testo che si è concessa alcune licenze, come l’incipit, scelto per esaltare la storia del bellissimo fanciullo dalle maniere raffinate che porta nel cuore il lutto per la madre. La ricostruzione storica della mangaka è stata meticolosa: consultazione degli antichi rotoli, pellegrinaggi al Palazzo Imperiale di Kyoto per scattare foto e una ricerca documentale incessante per restituire fedelmente gli abiti dell’epoca. Ne è scaturita un’opera sontuosa, meravigliosa e toccante, capace di superare recinti generazionali e di genere, e di raggiungere vendite impressionanti (oltre 18 milioni di copie). Il lascito artistico di Waki Yamato continua a vibrare ancora oggi: nel gennaio 2022 l’attore e regista di kabuki Kazutaro Nakamura ha messo in scena META Kabuki: Genji Memories, che sfrutta la CGI per gli sfondi scenografici digitali, impressionando la stessa disegnatrice.

L’edizione italiana di J-Pop, tradotta da Christine Minutoli, è impreziosita da splendide illustrazioni a colori, presenti sia in apertura di capitolo sia nella galleria in calce al volume. Il tutto è arricchito, nel volume 1, da un saggio di Luca Milasi (Università del Tōhoku), un ulteriore approfondimento nel capolavoro di Murasaki Shikibu tra storia, letteratura e fumetto. Asaki Yumemishi, proprio come la sua matrice letteraria, è un’opera che rifiuta di restare confinata in un solo luogo e rimane, a oggi, la più vivida rappresentazione a fumetti del mito di Genji. —Mario A Rumor

LE LEZIONI DI CINEMA DI MAKOTO SHINKAI

LE LEZIONI DI CINEMA DI MAKOTO SHINKAI

LE LEZIONI DI CINEMA DI MAKOTO SHINKAI

Mai sottovalutare il potere racchiuso nelle immagini di un ekonte. In Occidente, il termine giapponese viene spesso semplificato con “storyboard”, ma nella sua natura è custodita l’essenza stessa del film: come apparirà sullo schermo, completo di dialoghi, effetti sonori, azione e durata di ogni singola scena. Si tratta, dunque, di qualcosa di molto più articolato di un semplice storyboard. Da tempo affezionata al cinema del regista Makoto Shinkai, J-Pop ha pubblicato lo scorso autunno il volume your name. Storyboard by Makoto Shinkai (pp. 640, € 29,00). L’occasione è imperdibile: scoprire lo sviluppo del film campione di incassi your name. (2016), osservarne l’ossatura attraverso i riquadri e confrontare i disegni preparatori con le sequenze animate. Questa volta conviene però partire dalla fine, ovvero dall’intervista al regista ospitata in calce al volume: attraverso le sue parole è infatti possibile mettere meglio a fuoco procedure e modalità della sua “scrittura per immagini”. Shinkai traccia spesso paralleli con le sue opere passate, nobilitando gli strumenti utilizzati per realizzare i propri storyboard, inclusi mezzi espressivi agili come l’Animatic (una bozza animata dello storyboard con effetti sonori, fondamentale per la progettazione e per la presentazione del progetto a clienti o produttori). L’intervista risulta quindi propedeutica a una migliore comprensione dello storyboard di your name. diventando un prezioso strumento didattico per chi sogna di lavorare nell’animazione.

È questo l’aspetto che dovrebbe entusiasmare ogni appassionato di anime (non solo dei film di Shinkai). La tradizione legata agli ekonte è molto solida in Giappone e non riguarda solo la filmografia di Shinkai. Basti pensare ai volumi dedicati ai capolavori di Hayao Miyazaki; uno di questi, Lupin III – Il castello di Cagliostro, fu addirittura utilizzato come materia di studio per le matricole dello studio Tokyo Movie Shinsha nei primi anni ’80. L’approccio offerto da questo volume non soddisfa soltanto la curiosità o il desiderio di contemplare un’opera in fieri, ma si configura come una forma espressiva utile a irrobustire la personalità di un autore. Nell’intervista, Shinkai menziona gli ekonte di Hideaki Anno e Mamoru Hosoda; avrebbe forse potuto citare anche la perfezione assoluta di quelli di Satoshi Kon (al pari dei suoi layout), il fascino grottesco di quelli di Mamoru Oshii, o ancora il groviglio di linee a matita prodotto da un genio come Osamu Dezaki. Consultare questo volume permette di vedere un regista all’opera, e svela l’evoluzione del lavoro di pre-produzione rispetto al passato. Per Shinkai, il dilemma dell’essere o meno un regista di talento sembra legarsi proprio a questa fase creativa, punto di scontro tra ammiratori e detrattori. Shinkai, “figlio del software” e di agguerriti iMac, più che dell’animazione tradizionale, farebbe forse storcere il naso a un artigiano della carta come Miyazaki; eppure, è difficile non restare affascinati dal modo in cui costruisce il suo cinema. —Mario A Rumor

KENGO DELLE MERAVIGLIE

KENGO DELLE MERAVIGLIE

KENGO DELLE MERAVIGLIE

È molte cose riunite assieme, Kengo Kurimoto. Le molte professioni lo hanno imposto come uno dei game designer e digital artist britannici più richiesti e apprezzati. Il mix di esperienze lavorative e conoscenze tecniche ha contribuito a dare vita alla sua prima graphic novel, Il bosco segreto, edito da Il Castoro e acclamato come “Miglior Libro per ragazzi del 2024” secondo il «New York Times». Niente scorciatoie digitali: qui siamo a un ritorno entusiasta e orgoglioso all’arte del disegno fatto a mano, su carta, tra inchiostro e pennellate. Quasi si fatica a considerarlo soltanto un fumetto; l’opera di Kurimoto urla dignità artistica che travalica le etichette. La visione è certamente cinematografica, ogni vignetta custodisce un’idea di movimento quasi istantanea che si svela proprio sotto gli occhi di chi legge, basta seguire con lo sguardo i protagonisti e le loro azioni.

Il bosco segreto racconta la nascita di una amicizia tra due adolescenti e la scoperta della magia emanata dalla Natura. Mentre è a passeggio con il suo cane, Poppy scopre un “bosco dimenticato”, cui si arriva dopo aver oltrepassato un cancello di metallo. Nel bosco la ragazzina incontra Rob, che le fa scoprire l’incanto delle creature selvatiche e le fa ascoltare le loro voci (“Se osservi attentamente… puoi vedere tantissime cose”, le dice il ragazzo). Ogni nuova occasione di incontro è un posto non ancora perlustrato. Entusiasta di quelle esperienze, Poppy non esita a condividerle con la madre, che dopo la morte della nonna, non è più quella di un tempo e si è chiusa in se stessa.

Nelle interviste, Kurimoto ha fornito una rassegna completa delle esperienze e delle influenze che lo hanno condotto alla realizzazione de Il bosco segreto. In gran parte si tratta di eventi personali legati a piccole grandi scoperte in mezzo alla Natura, declinati ai capricci della vita e del destino (la madre sofferente di depressione con una successiva diagnosi di demenza) e trasformati in grandioso spettacolo visivo. Tra i numi tutelari che cita, c’è quello di Hayao Miyazaki; il complimento che rivolge al regista non sembra uno di quelli imparati a memoria, riconoscendogli la capacità di “combinare così bene le cose” nei suoi lavori animati. Aggiungiamo che Kurimoto, come Miya-san, riesce a passare con estrema disinvoltura tra espressioni artistiche differenti (che siano i fumetti, i videogiochi o l’animazione: e il desiderio di realizzare qualcosa in questo senso pare davvero fortissimo). Il bosco segreto appare l’esaudimento più compiuto del suo desiderio di creare mondi, come quando era ragazzino, dando voce a qualunque cosa; è un lavoro cui è giunto sottraendo le parti più ingombranti (troppi dialoghi) e innalzando su un piedistallo estetico l’arte dell’osservazione — che è anche quella che motiva i due protagonisti Poppy e Rob. Nelle sue tavole, un fiore non è solo un fiore: è un fiore che si sta aprendo, rivelando la sua ancestrale bellezza. Kengo Kurimoto riesce a catturare per noi il respiro del bosco e di ogni sua creatura, posizionandosi al livello zero del terreno o di un ramo d’albero. Il bosco segreto è una di quelle rare opere a fumetti che puoi contemplare e ascoltare, e il suo toccante racconto diventa alla fine una rigenerazione collettiva. —Mario A Rumor

SHERLOCK HOLMES NEI MANGA

SHERLOCK HOLMES NEI MANGA

SHERLOCK HOLMES NEI MANGA

Lo scorso dicembre Piramide di paura (Young Sherlock Holmes, 1985) di Barry Levinson, prodotto da Steven Spielberg, ha festeggiato i suoi quarant’anni, confermandosi uno dei cult degli anni ’80 più amati (e talvolta discussi) di sempre. Proprio in questi giorni, su Prime Video è approdato un “erede” televisivo in otto episodi prodotto da Guy Ritchie: Young Sherlock. Qui il futuro detective è un giovanotto scavezzacollo incapace di stare al suo posto, affiancato nientemeno che da un giovane James Moriarty. Ma come viene rielaborato il celebre personaggio di Arthur Conan Doyle nei fumetti giapponesi? Il terreno appare incredibilmente fertile, capace di rielaborare il mito del geniale investigatore attraverso lenti estetiche e narrative sempre diverse. Anche restando sul piano puramente illustrativo – quello delle numerose traduzioni dei romanzi – si assiste a un fermento creativo che spesso si avvale di collaborazioni speciali per rinverdire la leggenda. Un esempio emblematico è avvenuto la scorsa primavera, quando la casa editrice Hayakawa Shobo, nota per le sue edizioni di Conan Doyle, ha collaborato con il Salon Christie a Chiyoda-ku (Tokyo) organizzando un “Evening Tea” ispirato ai romanzi di Sherlock Holmes. Grazie alla consulenza del critico Masamichi Higurashi, i fan hanno potuto gustare muffin ai semi d’arancia, curry di agnello e insalate “della Lega dei Capelli Rossi”.

Le trasposizioni manga appaiono quasi sempre fedeli al materiale originale, spesso cavalcando il successo di altri media: è il caso dello Sherlock di Jay, adattamento della popolare serie TV della BBC con Benedict Cumberbatch (anche se non figura tra i nostri titoli del cuore). Esistono poi opere più sperimentali, plasmate per il gusto del pubblico giovane come Moriarty the Patriot (Panini Comics), disegnato da Hikaru Miyoshi e adattato in anime da Production I.G con la regia di Kazuya Nomura. Qui la prospettiva viene ribaltata rendendo l’antagonista di Holmes un antieroe rivoluzionario nella Londra vittoriana. Il processo di creazione del manga è particolarmente interessante: Miyoshi ha fatto tesoro della sua precedente esperienza su PSYCHO-PASS lavorando su due fronti principali. Da un lato, la caratterizzazione dei personaggi che, dall’imprinting originario dei romanzi, ha virato in direzione di personalità più sfaccettate; dall’altro, la ricostruzione dell’Inghilterra del XIX secolo, in un delicato equilibrio tra precisione storica ed efficacia narrativa per non perdere l’attenzione dei lettori. Manga e anime, in un raro esempio di reciproca intesa artistica, hanno reso Moriarty the Patriot un prodotto doppiamente intrigante.

Riflettendo sulle opere del passato, il pensiero corre a Osamu Tezuka e al suo omaggio al genio di Baker Street in Shōnen Tantei Rock Holmes (1949). Un giovane Shōtarō Ishinomori realizzò Madara no Himo (1956) per «Shōjo Club», ispirato al racconto The Adventure of the Speckled Band (“L’avventura della fascia maculata”, 1892). Sebbene lo stile d’esordio fosse forse troppo esagerato e infantile per una “camera chiusa” dalle atmosfere cupe, segnò l’inizio di un legame duraturo: quarant’anni dopo, infatti, Ishinomori supervisionò la collana Manga-ban Sherlock Holmes Zenshū (“Sherlock Holmes – L’opera completa a fumetti”, Kuman Shuppan, 1996), fedelissima ai testi originali e disegnata dal suo assistente Morihiko Ishikawa (1951, vero nome Norihiko, cambiato in onore del maestro). Morihiko, giusto per restare in tema “giallo” inglese, è autore di manga ispirati a tre romanzi di Agatha Christie: La serie infernale, Delitto in cielo e Istantanea di un delitto. Tra le altre curiosità meritano una menzione Christie High Tension (2006) di Kaoru Shintani, storia a fumetti apparsa su «Comic Flapper» incentrata sulla nipote di Holmes, e le due opzioni per “rivedere” a fumetti le avventure animate de Il fiuto di Sherlock Holmes: il manga di Hatsuki Tsuji edito da Kappalab, e la raccolta anni ’80 tratta da «Il Giornalino» recentemente ripubblicata da Sprea Editori. Ovviamente il pilastro del genere resta lui: Detective Conan di Gōshō Aoyama. Un’opera che rappresenta la congiunzione vivente del poliziesco, fondendo in un unico corpo (di ragazzino) la tradizione anglosassone di Doyle e quella giapponese di Edogawa Ranpō. —Mario A Rumor