
HAYAO MIYAZAKI, FINALMENTE IN PRIMA PERSONA
Per favore, non chiamatela autobiografia. Dopo un’attesa che è parsa interminabile – segnata nel mezzo da un’edizione in lingua inglese pubblicata da Viz Media nel 2009 – , anche gli appassionati italiani di Hayao Miyazaki possono godersi la lettura di Punto di partenza 1979-1996 (Shuppatsuten 1979-1996) edito da La Nave di Teseo e tradotto dal giapponese da Rosamaria Pavan. Non un racconto intimo della propria vita, bensì un’imponente raccolta di articoli, saggi, interviste e proposte di film che spaziano dal 1979, anno del debutto nella regia cinematografica con Lupin III – Il castello di Cagliostro, fino al 1996, vigilia di Principessa Mononoke e annus mirabilis della sua carriera e soprattutto dello Studio Ghibli con il mondo intero pronto ad accoglierne le opere grazie allo storico accordo stipulato con la Walt Disney Pictures. Chi ha imparato a conoscere l’uomo e l’artista, sa bene quanto Miyazaki tenga alla propria sfera privata e a come il passato, più è lontano, più venga tenuto in disparte. In realtà quel 1979 funge da baricentro programmatico: nel volume Miyazaki si aggira infatti tra ricordi e riflessioni della sua giovinezza di animatore, molto prima dell’era Ghibli, da matricola alla Tōei Dōga e successivamente come animatore agguerrito di Nippon Animation e Telecom Animation Film.
Chi ben conosce Miyasan, sa che è sempre esistita una “periferia” attorno alla sua attività principale, fatta di interventi, conferenze nei circoli di animazione delle università giapponesi, articoli e recensioni scritti per riviste di settore (su tutte la celebre «Film 1/24» realizzata da Anido). Come il maestro e amico Isao Takahata, Miyazaki è uno che ama intrattenere con le parole e con una smisurata cultura. Si va da interventi lunghi una paginetta alle leggendarie 16 pagine pretese sul mensile «Animage» per sviscerare l’opera che cambiò la sua carriera, La grande avventura del piccolo principe Valiant (Taiyō no ōji: Hols no daibōken, 1968), e mai ottenute. Perché, a un certo punto – siamo nei primi anni Ottanta – la sua opinione era ormai diventata un punto di riferimento imprescindibile. Ecco allora che la parola autobiografia diventa in qualche misura accettabile, a patto di considerarla un tutt’uno con l’arte dell’animazione: non una semplice professione, ma un’estensione senza confini che ha influenzato e governato l’intera sua esistenza, concedendosi al pubblico come simulacro vivente della fantasia.
C’è un’idea di purezza nelle pagine che compongono Punto di partenza. Non siamo di fronte a un volume celebrativo pensato per i fan a corto di stimoli, e nemmeno a un saggio accademico. Ci troviamo piuttosto in un tempio della conoscenza, perché Miyazaki non armeggia solo con l’animazione. Occorre liberarsi di ogni pregiudizio sulla soglia di queste 670 pagine e affrontare un viaggio di proporzioni enormi, nel quale il regista si accosta a figure leggendarie e molto amate di quel Paese, come Yoshie Hotta, Ryōtarō Shiba e Osamu Tezuka, consapevole in fondo di parlare a un pubblico non necessariamente di anime fan. Al contempo, è capace di quisquilie magari elogiando la sua adorata Citroën 2CV o perlustrando con le parole i luoghi cari di Tokyo, compresi gli edifici di un tempo, quelli sopravvissuti alla guerra. Anfitrione d’eccezione, Miyazaki spende parole per maestri e collaboratori (la defunta Makiko Futaki), e si rivela altrettanto rigoroso e implacabile nei giudizi come nel mestiere di regista. È un artista che non le manda a dire: severo con sottoposti e concorrenti (di nuovo: Tezuka), riguardoso con i grandi del cinema e della letteratura, ma sempre secondo una prospettiva che parte dal basso e mai dall’alto. Miyazaki non è superbo, né ama i superlativi, il cui utilizzo è scambiato con una discreta dose di sincerità e ironia.
La parte indubbiamente più ambita dai lettori è quella arroccata nei dietro le quinte dei suoi lavori, che partono dal grado zero in forma di progetti, evolvono durante la lavorazione per essere infine rimessi in riga nelle numerose interviste che costellano il volume, e perfino nei giudizi dei collaboratori. Punto di partenza è piuttosto una biografia del fare animazione, privata di retorica e sensazionalismi, e sorretta da una profonda etica del lavoro e delle riflessioni, spesso irriducibili. Come nell’edizione giapponese, qui sono presentate le tavole con illustrazioni e brevi fumetti. Un grande vantaggio rispetto alla versione anglofona è la presenza, a inizio volume, di una lunga conversazione del regista con Tetsuya Chikushi, ex giornalista dell’«Asahi Shinbun», registrata nel 1996 nel corso della trasmissione News 23 sulla rete TBS. Qualche nota finale: la buffa illustrazione di copertina – un accigliato autoritratto di Miyazaki mentre lavora, con accanto un posacenere colmo di sigarette e il bento (il pranzo) – è stata realizzata negli anni Ottanta e poi inserita nel volume Kaze no tani no Naushika – Guide Book (Tokuma Shoten). Mentre i disegni che aprono ogni capitolo sono apparsi sulla rivista di modellismo «Hobby Japan». Prossimo appuntamento, Turning Point 1997-2008, altro splendido viaggio nel mondo del regista giapponese. —Mario A Rumor
