IL FOLLE MANGA DI JIRO MATSUMOTO

In che posizione scomoda ci mettono i manga, talvolta. Prendiamo Jyoshikohei – Mecha guerriere d’assalto di Jirō Matsumoto, pubblicato da Nippon Shock Edizioni. Siamo di fronte a un piccolo capolavoro da infarcire con strati di sociologia, letteratura distopica e fantascientifica oppure siamo al cospetto di una delle numerose concessioni voyeuristiche, tipiche di certi fumetti giapponesi per adulti? Di sicuro, il suo autore Jirō Matsumoto è una figura eclettica e non immediatamente assimilabile. Classe 1970, debutta nel 1992 mentre ancora studia all’Università d’Arte di Musashino, per poi farsi un nome nel genere “ero-guro” (erotico grottesco) e conquistare il grande pubblico con Freesia (da cui è stato tratto un film nel 2007). Autore tutt’altro che ignoto ai lettori italiani, ha firmato opere come Alice in Hell, Becchin & Mandala e Colpo mortale, pubblicate da Goen e Flashbook. Il suo stile non segue regole certe – spaziando persino fino a manga tratti da romanzi storici – ed è questo suo eclettismo a rendere Jyoshikohei un’opera difficile da catalogare.

Jyoshikohei rappresenta una tentazione ambigua, almeno per una tipologia di pubblico: l’idea che uomini di una certa età possano “indossare” il corpo di una gyaru (le tipiche ragazzine alla moda giapponesi), correndo però il rischio dell’assuefazione o, peggio, della perdita totale della propria identità. E quando parliamo di “indossare”, intendiamo letteralmente: corpi da ragazzine in uniforme da studentesse delle superiori che funzionano come giganteschi mecha da combattimento. Non ci troviamo nel solito futuro post-apocalittico, bensì in una dimensione alternativa colonizzata dagli esseri umani, dove è in corso una sanguinosa guerra di liberazione per l’indipendenza dei coloni. Nel frattempo, l’Esercito Unito Terrestre impiega queste ragazzine-guerriere per arginare la minaccia di piloti impazziti all’interno dei mecha e la vicenda segue uno di questi plotoni composto da criminali ed emarginati.

Con quel suo imprevedibile gradiente che forse sfugge al provincialismo del lettore occidentale – tra bocche spalancate per lo stupore e la sbrigativa tendenza ad appicciare etichette ai manga senza troppo riflettere –, Jyoshikohei stabilizza le necessarie quote di appagamento per un lettore adulto, mobilitando un’iconografia ovviamente gradita al palato degli otaku: studentesse liceali, gyaru, idiosincrasie adolescenziali nelle quali sprofondano le menti dei piloti. Matsumoto agisce da mediatore, inserendo disperazione, stanchezza esistenziale e patetismo. La macellazione dei corpi, dopo proliferazione da brivido del contagio, è soltanto una soddisfazione secondaria dove la contemplazione costringe a soffermarsi sui corpi, o singole parti di essi, compresi sconfinamenti e penetrazioni improprie. In una scala di valori artistici ben più elevata, tale provincialismo viene per fortuna disintegrato a patto di considerare l’opera di Matsumoto una testimone di questi tempi in cui gli individui, gli oggetti, i computer possono essere connessi e poi decostruiti. Un’amalgama in cui la “Digital Nature”, per usare terminologia cara al media artist Yoichi Ochiai, è terreno concettualmente ideale per un manga come questo, una sorta di controparte carnale e distopica, strana e folle. Matsumoto opta per uno stile sporco, rozzo e malato immaginando un altrove che sembra ordinario, una parodia esagerata del genere mecha, ma dietro il quale si agitano riflessioni e un nichilismo insidioso. —Mario A Rumor