LUPIN III – LA STIRPE IMMORTALE IN BLU-RAY

LUPIN III – LA STIRPE IMMORTALE IN BLU-RAY

LUPIN III – LA STIRPE IMMORTALE IN BLU-RAY

Essere o non essere, Lupin III. Il quesito shakespeariano combacia alla perfezione con l’idea del celebre personaggio creato da Monkey Punch, così come lo abbiamo visto volteggiare in questi anni da una parte all’altra dello schermo. Da un lato ci sono le serie televisive prodotte da Telecom Animation Film, in cui la giacca del ladro gentiluomo si è tinta di blu e verde tra pellegrinaggi avventurosi in Italia, Francia e Inghilterra; dall’altro spiccano i mediometraggi diretti da Takeshi Koike. Già protagonista nel 2012 come character designer de Lupin the Third – La donna chiamata Fujiko Mine, Koike è oggi in pole position grazie alla trilogia incentrata sui singoli membri della banda Lupin, a cui si è aggiunto in extremis un episodio dedicato all’ispettore Zenigata. Quest’ultimo fa da preludio a Lupin III – La stirpe immortale (in originale: “Lupin The Third The Movie – Fujimi no Ketsuzoku”), opera che ha riacceso la passione dei fan segnando il ritorno in sala con un lungometraggio in animazione tradizionale a trent’anni di distanza da Lupin III – Dead or Alive (1996). Il film di Takeshi Koike è una folgorazione sulla via dell’hard boiled più sfrenato, capace di onorare il personaggio originale immaginato da Monkey Punch. Uscito nelle sale giapponesi nell’estate del 2025, il film è stato distribuito anche in Italia da Plaion Pictures lo scorso dicembre, ed è ora disponibile in Blu-ray.

Accompagnato dalla premessa del regista, che lo definisce un Lupin «che nessuno ha finora mai visto», il film riprende le fila dei mediometraggi puntando verso una plausibile conclusione e un epilogo neanche tanto sorprendente. A bordo di un aereo diretto verso il Triangolo delle Bermuda, Lupin e compagni tentano di risalire al responsabile che sta dietro gli attacchi subiti per mano di pericolosi sicari, ma un atterraggio di emergenza li scaraventa su un’isola non segnata nelle mappe. Il luogo appare come un’immensa discarica di armamenti bellici tra ordigni nucleari in disuso, carri armati arrugginiti e carcasse di velivoli. Presto i protagonisti si accorgono di non essere soli: decine di “uomini rifiuto”, un tempo reclutati e utilizzati come armi, vagano tra la spiaggia e la giungla, assaltandoli senza tregua. Rimasto separato dal gruppo, Lupin si imbatte in una strana ragazzina e in un individuo imponente di nome Muom, che sembra impossibile da uccidere. Il tempo intanto scorre inesorabile: la nebbia che avvolge l’isola è un veleno letale che non lascia scampo a chi lo respira per più di 24 ore.

Nessuno si attendeva incassi sorprendenti – e infatti in patria ha superato di poco i 165 milioni di yen, una cifra modesta – in virtù di un progetto non pianificato a tavolino, ma cresciuto per accumulazione di consensi dopo il primo mediometraggio Lupin III – La lapide di Jigen Daisuke. Ciò che ha elettrizzato davvero gli appassionati è il ritorno in grande stile all’animazione tradizionale e l’aggancio diretto (forse prevedibile) con un caposaldo della serie, La pietra della saggezza (1978), considerato un capolavoro in cui si intrecciano messaggi politici e filosofici. Pur deludente sotto alcuni aspetti, colpevole una narrazione vincolata al “mood” dei precedenti Oav, La stirpe immortale segna un trionfale rientro nell’artigianato fatto a mano. Merito della perizia di Katsuhito Ishii (già autore del segmento animato di Kill Bill Vol. 1), a cui è stato affidato il concept, spesso senza fornire a Koike approfondimenti nelle scelte e nell’evoluzione del climax narrativo. C’è infine quel clima di benvenuto a un “vecchio amico” che si è respirato sia al gala di ringraziamento allo Shinjuku Wald di Tokyo, il 2 agosto 2025, sia nella partecipazione entusiasta dei B’z: la rock band che ha composto il tema The IIIRD Eye guardando alle sonorità jazz del compositore storico di Lupin III Yuji Ohno. Il Blu-ray distribuito da Anime Factory (Plaion Pictures) offre risicati contenuti rispetto all’edizione giapponese, limitandosi a Teaser, Original Preview e una cartolina con il bellissimo poster originale del film. —Mario A Rumor

Immagine: © Monkey Punch All Rights Reserved. © TMS All Rights Reserved

IL TENUE COLORE DELLE STORIE

IL TENUE COLORE DELLE STORIE

IL TENUE COLORE DELLE STORIE

Le storie postolocausto non rappresentano certo una novità per la fantascienza, scritta, disegnata o filmata che sia. Il manga Il tenue colore della fine, serie a firma Haruo Iwamune (Planet Manga), tuttavia riesce a fornire una visione personale al filone, melanconica e a tratti persino poetica. Racconti parzialmente autoconclusivi il cui fil rouge è dato dalla protagonista, una ragazza non del tutto umana (ma non vi svelo niente, leggete il volume) che, in compagnia di uno strano animaletto, percorre luoghi desolati e devastati alla ricerca di sopravvissuti. Il viaggio è solitario e le rare “presenze” in cui si imbatte sono perlopiù artificiali (ma questo significa prive di coscienza?). La protagonista, spesso più osservatrice che attrice, si interroga sul destino del mondo e degli uomini, in tavole dove dominano i grigi, come è giusto che sia, vista la decadenza e solitudine che ormai avvolge il mondo, nel quale sembrano, stranamente, assenti anche forme di vita animale. Che cosa troverà la protagonista alla fine del suo viaggio? Lo scopriremo leggendo. Per finire una nota sull’edizione, decisamente buona dal punto di vista cartotecnico, ma, come ormai purtroppo d’uso presso molti editori, senza alcuna introduzione o nota sull’autore, insomma povera.

A CAVALLO CON IGORT

A CAVALLO CON IGORT

A CAVALLO CON IGORT

Prima che un libro, “A cavallo con i poeti” di Igort (Einaudi, 128 pagine, 19,50 euro) è un oggetto. Nel senso migliore del termine. Con la sua carta spessa, color avorio, la copertina rigida, la sovracopertina che lo avvolge (il disegno passa dalla cover alla quarta di cover), l’aspetto solido e compatto, è uno di quei libri che ti piace toccare, sfogliare, annusare, per poi esporre in bella vista in libreria. Sensazioni che un ebook non potrà mai dare. E il contenuto non è da meno. Via di mezzo tra diario personale, saggio sul Giappone (in particolare su Hokusai) e illustration book, è intriso dell’amore che l’autore nutre per il Sol Levante. Testi sintetici, a tratti poetici, sono accompagnati da illustrazioni splendide (e rare fotografie vintage) che immortalano i luoghi visitati dall’autore, che a Tokyo ha vissuto e che in seguito ha intrapreso un viaggio per località meno urbane, più agresti, più lontane. Ne esce un affresco colto e romantico del Giappone, o almeno di una parte di esso. Già perché Igort ne ha vissuto, amato e descritto i lati più tranquilli, più romantici e tradizionali. Non si trova nelle sua pagine, per volontà o meno, riferimento alla frenesia delle metropoli, allo stress dei salaryman, alle folle cittadine. Perché Igort vive il Giappone con i benefit concessi al gaijin, lo straniero, l’artista. Emblematico in questo senso un passaggio, nel quale Igort dice a Yuka (una dipendente della casa editrice Kodansha, per cui anche Igort lavora) “bella la vita a Tokyo”. E la donna gli risponde “è bella la TUA vita a Tokyo”. Detto ciò, il volume resta consigliatissimo, scorcio su un Giappone del passato e del presente che sa ancora incantare chi lo guarda con occhi curiosi e desiderio di comprendere.

LE PROVE PER L’EREDE DELL’IMPERO

LE PROVE PER L’EREDE DELL’IMPERO

LE PROVE PER L’EREDE DELL’IMPERO

Come consuetudine quando si parte con una serie affidata a un nuovo autore, anche l’hongkonghese Man Tsang (noto in Italia per il volume “The Zeros”) ha dovuto realizzare delle tavole di prova prima di vedersi affidare la versione manga del romanzo di Star Wars di Timothy Zahn, “L’Erede dell’Impero”. Ecco una delle tavole che gli hanno valso la partecipazione al progetto.

IL SOFFIO DEL VENTO TRA I PINI

IL SOFFIO DEL VENTO TRA I PINI

IL SOFFIO DEL VENTO TRA I PINI

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, il nascente fumetto cinese era conosciuto con molti nomi a seconda delle sue sfumature: fengci hua (“disegni satirici”), yuyi hua (“dipinti allegorici”), zhengzhi hua (“dipinti politici”), ecc., mentre con lianhuantu venivano indicati dei libretti contenenti storie narrate per immagini. Il termine lian huan hua (letteralmente “immagini incatenate”) è quello che si è poi imposto per indicare genericamente il fumetto cinese. La definizione rende bene l’idea della sequenza di immagini in correlazione tra loro per formare un’opera di narrativa. Per quel che riguarda le strisce si parla invece di si ge man hua (“storie in quattro vignette”).

In tempi odierni ha preso invece piede il termine manhua, probabilmente mutuato da Hong Kong, per indicare i fumetti moderni. Dopo decenni di difficoltà, in cui era stato trasformato in mezzo di propaganda oppure in un clone dei vicini manga, il fumetto cinese da circa un decennio comincia finalmente a mostrare le proprie potenzialità. Gli autori scalpitano per liberarsi dai vincoli del passato e le loro opere vengono timidamente pubblicate all’estero. Come nella caso della giovane Zao Dao (classe 1990) che approdata nel mercato francese inizia a essere tradotta nel resto d’Europa. Il suo graphic novel “Il soffio del vento tra i primi” racconta la storia dell’altrettanto giovane Yaya, che abbandona il villaggio natale per sfidare le tempeste e combattere le bestie feroci che obbediscono a un terribile demone, Rakshasa, la donna cannibale. Con l’aiuto di Juiling, la fata delle montagne, Yaya apprende i misteri della natura e a leggere il vento, strumento utilissimo per combattere, i demoni e gli spiriti al servizio di Rakshasa. Yaya deve affrontare l’ignoto, deve imparare a vivere oltre che combattere, deve insomma intraprendere un viaggio iniziatico allo scoperta di se stessa. Non è un caso, quindi, se i titoli dei cinque capitoli di cui si compone l’opera corrispondono ai cinque elementi che fanno parte dei pilastri del pensiero cinese, di cui si avvale anche la medicina tradizionale. La costituzione dell’individuo, infatti, dipende dal prevalere di uno dei suddetti cinque elementi: legno, fuoco, terra, metallo, acqua. La loro influenza riveste un ruolo fondamentale, nella personalizzazione della cura e nella prevenzione. Se si scopre l’elemento base di una persona, si possono individuarne e attenuarne eventuali punti di debolezza, predisposizioni a malanni e adattarsi meglio ai cambiamenti indotti dai cicli stagionali, biologici ed esistenziali. Insomma, Zao Dao fa propri elementi tradizionali della cultura cinese, così come si appropria di alcuni suoi elementi grafici. Non fumettistici, che come si diceva sopra appaiono datati, ma pittorici. Le sue tavole sembrano dipinti, ricchi e dettagliati, rifuggendo la tradizionale struttura con suddivisione in vignette per preferire, nella stragrande maggioranza dei casi, illustrazioni a tutta pagina o addirittura a doppia pagina. Ricordano la pittura paesaggistica cinese detta shan shui, che raffigura paesaggi naturali e si rifà a sua volta alla teoria dei cinque elementi, abbinando a ogni elemento un colore e una “direzione” nel dipinto. Ovviamente,Zao Dao interpreta in modo personale tale indicazioni, facendo per esempio un uso più ampio e soggettivo dei colori. Le sue tavole sono ricchissime di dettagli e di sfumature, a tal punto da perdercisi dentro, tra montagne svettanti e prati popolati da decine di uccelli, o ancora interni straripanti di lanterne, oggetti, teiere, frutti. Sembra quasi di esserci, in quei luoghi orientaleggianti e fantastici, in quegli sfondi che sembrano senza confini e che le dimensioni della pagina non riescono a contenere al proprio interno. Sfogliare “Il soffio del vento tra i pini” significa perdersi in un mondo violento e pauroso, ma anche intrigante, bellissimo, quasi ipnotico, che non si vorrebbe mai lasciare. Tutto ciò, però, ha un prezzo. Il fumetto è narrazione, non solo immagine, e la scelta di puntare tutto su quest’ultima penalizza molto la storia, rendendola quasi un pretesto per fare sfoggio di doti artistiche. Il gioco, comunque, vale la candela e dispiace voltare l’ultima pagina del volume abbandonando quei luoghi maestosi e quei dettagli di cultura antica che ci hanno incantato. Il volume (120 pagine, 18,00 euro) è uscito nel 2017 per Oblomov, ma è ancora oggi reperibile e incantevole.

GLI 80 ANNI DI LUCKY LUKE

GLI 80 ANNI DI LUCKY LUKE

GLI 80 ANNI DI LUCKY LUKE

Lucky Luke, il cow-boy che spara più veloce della propria ombra, è stato creato nel 1946 dal belga Morris (pseudonimo di Maurice De Bevère, 1923-2001). Personaggio solitario, astuto nel catturare criminali, oltre che nei fumetti ha vissuto molte avventure al cinema e in televisione grazie a film in animazione e live action. In questo 2026 il personaggio compie 80 anni e in Francia esce il volume “La longue marche de Lucky Luke” realizzato da Matthieu Bonhomme, che mette il personaggio sotto una luce maggiormente seria e realistica. Foreste del Minnesota settentrionale, territorio Lakota. Lucky Luke riceve l’incarico dal signor Cramp, capo dell’imponente “Cramp Company”, di ritrovare suo nipote, presumibilmente rapito alla nascita dalla tribù dei Piedi Blu. Luke trova il ragazzo, ora decenne, che ha assunto il nome di Nuvola Rossa, figlio adottivo del capo Wood-Lance, ma si rende subito conto che Cramp sta cercando di eliminare questo erede e rivale per impadronirsi dell’azienda di famiglia. Il cowboy fugge immediatamente con Nuvola Rossa verso il Canada e inizia un lungo e pericoloso viaggio attraverso foreste ghiacciate, lupi affamati e (quattro) formidabili fuorilegge inviati da Cramp! Matthieu Bonhomme reinventa il genere giocando con personaggi ben noti della serie (così come con altri tratti dall’attualità!) elevando ulteriormente le sue doti grafiche. Ci offre un grande western che fonde brillantemente la più pura tradizione dell’avventura con una prospettiva tenera, divertente e coinvolgente.