KENGO DELLE MERAVIGLIE

KENGO DELLE MERAVIGLIE

KENGO DELLE MERAVIGLIE

È molte cose riunite assieme, Kengo Kurimoto. Le molte professioni lo hanno imposto come uno dei game designer e digital artist britannici più richiesti e apprezzati. Il mix di esperienze lavorative e conoscenze tecniche ha contribuito a dare vita alla sua prima graphic novel, Il bosco segreto, edito da Il Castoro e acclamato come “Miglior Libro per ragazzi del 2024” secondo il «New York Times». Niente scorciatoie digitali: qui siamo a un ritorno entusiasta e orgoglioso all’arte del disegno fatto a mano, su carta, tra inchiostro e pennellate. Quasi si fatica a considerarlo soltanto un fumetto; l’opera di Kurimoto urla dignità artistica che travalica le etichette. La visione è certamente cinematografica, ogni vignetta custodisce un’idea di movimento quasi istantanea che si svela proprio sotto gli occhi di chi legge, basta seguire con lo sguardo i protagonisti e le loro azioni.

Il bosco segreto racconta la nascita di una amicizia tra due adolescenti e la scoperta della magia emanata dalla Natura. Mentre è a passeggio con il suo cane, Poppy scopre un “bosco dimenticato”, cui si arriva dopo aver oltrepassato un cancello di metallo. Nel bosco la ragazzina incontra Rob, che le fa scoprire l’incanto delle creature selvatiche e le fa ascoltare le loro voci (“Se osservi attentamente… puoi vedere tantissime cose”, le dice il ragazzo). Ogni nuova occasione di incontro è un posto non ancora perlustrato. Entusiasta di quelle esperienze, Poppy non esita a condividerle con la madre, che dopo la morte della nonna, non è più quella di un tempo e si è chiusa in se stessa.

Nelle interviste, Kurimoto ha fornito una rassegna completa delle esperienze e delle influenze che lo hanno condotto alla realizzazione de Il bosco segreto. In gran parte si tratta di eventi personali legati a piccole grandi scoperte in mezzo alla Natura, declinati ai capricci della vita e del destino (la madre sofferente di depressione con una successiva diagnosi di demenza) e trasformati in grandioso spettacolo visivo. Tra i numi tutelari che cita, c’è quello di Hayao Miyazaki; il complimento che rivolge al regista non sembra uno di quelli imparati a memoria, riconoscendogli la capacità di “combinare così bene le cose” nei suoi lavori animati. Aggiungiamo che Kurimoto, come Miya-san, riesce a passare con estrema disinvoltura tra espressioni artistiche differenti (che siano i fumetti, i videogiochi o l’animazione: e il desiderio di realizzare qualcosa in questo senso pare davvero fortissimo). Il bosco segreto appare l’esaudimento più compiuto del suo desiderio di creare mondi, come quando era ragazzino, dando voce a qualunque cosa; è un lavoro cui è giunto sottraendo le parti più ingombranti (troppi dialoghi) e innalzando su un piedistallo estetico l’arte dell’osservazione — che è anche quella che motiva i due protagonisti Poppy e Rob. Nelle sue tavole, un fiore non è solo un fiore: è un fiore che si sta aprendo, rivelando la sua ancestrale bellezza. Kengo Kurimoto riesce a catturare per noi il respiro del bosco e di ogni sua creatura, posizionandosi al livello zero del terreno o di un ramo d’albero. Il bosco segreto è una di quelle rare opere a fumetti che puoi contemplare e ascoltare, e il suo toccante racconto diventa alla fine una rigenerazione collettiva. —Mario A Rumor

SHERLOCK HOLMES NEI MANGA

SHERLOCK HOLMES NEI MANGA

SHERLOCK HOLMES NEI MANGA

Lo scorso dicembre Piramide di paura (Young Sherlock Holmes, 1985) di Barry Levinson, prodotto da Steven Spielberg, ha festeggiato i suoi quarant’anni, confermandosi uno dei cult degli anni ’80 più amati (e talvolta discussi) di sempre. Proprio in questi giorni, su Prime Video è approdato un “erede” televisivo in otto episodi prodotto da Guy Ritchie: Young Sherlock. Qui il futuro detective è un giovanotto scavezzacollo incapace di stare al suo posto, affiancato nientemeno che da un giovane James Moriarty. Ma come viene rielaborato il celebre personaggio di Arthur Conan Doyle nei fumetti giapponesi? Il terreno appare incredibilmente fertile, capace di rielaborare il mito del geniale investigatore attraverso lenti estetiche e narrative sempre diverse. Anche restando sul piano puramente illustrativo – quello delle numerose traduzioni dei romanzi – si assiste a un fermento creativo che spesso si avvale di collaborazioni speciali per rinverdire la leggenda. Un esempio emblematico è avvenuto la scorsa primavera, quando la casa editrice Hayakawa Shobo, nota per le sue edizioni di Conan Doyle, ha collaborato con il Salon Christie a Chiyoda-ku (Tokyo) organizzando un “Evening Tea” ispirato ai romanzi di Sherlock Holmes. Grazie alla consulenza del critico Masamichi Higurashi, i fan hanno potuto gustare muffin ai semi d’arancia, curry di agnello e insalate “della Lega dei Capelli Rossi”.

Le trasposizioni manga appaiono quasi sempre fedeli al materiale originale, spesso cavalcando il successo di altri media: è il caso dello Sherlock di Jay, adattamento della popolare serie TV della BBC con Benedict Cumberbatch (anche se non figura tra i nostri titoli del cuore). Esistono poi opere più sperimentali, plasmate per il gusto del pubblico giovane come Moriarty the Patriot (Panini Comics), disegnato da Hikaru Miyoshi e adattato in anime da Production I.G con la regia di Kazuya Nomura. Qui la prospettiva viene ribaltata rendendo l’antagonista di Holmes un antieroe rivoluzionario nella Londra vittoriana. Il processo di creazione del manga è particolarmente interessante: Miyoshi ha fatto tesoro della sua precedente esperienza su PSYCHO-PASS lavorando su due fronti principali. Da un lato, la caratterizzazione dei personaggi che, dall’imprinting originario dei romanzi, ha virato in direzione di personalità più sfaccettate; dall’altro, la ricostruzione dell’Inghilterra del XIX secolo, in un delicato equilibrio tra precisione storica ed efficacia narrativa per non perdere l’attenzione dei lettori. Manga e anime, in un raro esempio di reciproca intesa artistica, hanno reso Moriarty the Patriot un prodotto doppiamente intrigante.

Riflettendo sulle opere del passato, il pensiero corre a Osamu Tezuka e al suo omaggio al genio di Baker Street in Shōnen Tantei Rock Holmes (1949). Un giovane Shōtarō Ishinomori realizzò Madara no Himo (1956) per «Shōjo Club», ispirato al racconto The Adventure of the Speckled Band (“L’avventura della fascia maculata”, 1892). Sebbene lo stile d’esordio fosse forse troppo esagerato e infantile per una “camera chiusa” dalle atmosfere cupe, segnò l’inizio di un legame duraturo: quarant’anni dopo, infatti, Ishinomori supervisionò la collana Manga-ban Sherlock Holmes Zenshū (“Sherlock Holmes – L’opera completa a fumetti”, Kuman Shuppan, 1996), fedelissima ai testi originali e disegnata dal suo assistente Morihiko Ishikawa (1951, vero nome Norihiko, cambiato in onore del maestro). Morihiko, giusto per restare in tema “giallo” inglese, è autore di manga ispirati a tre romanzi di Agatha Christie: La serie infernale, Delitto in cielo e Istantanea di un delitto. Tra le altre curiosità meritano una menzione Christie High Tension (2006) di Kaoru Shintani, storia a fumetti apparsa su «Comic Flapper» incentrata sulla nipote di Holmes, e le due opzioni per “rivedere” a fumetti le avventure animate de Il fiuto di Sherlock Holmes: il manga di Hatsuki Tsuji edito da Kappalab, e la raccolta anni ’80 tratta da «Il Giornalino» recentemente ripubblicata da Sprea Editori. Ovviamente il pilastro del genere resta lui: Detective Conan di Gōshō Aoyama. Un’opera che rappresenta la congiunzione vivente del poliziesco, fondendo in un unico corpo (di ragazzino) la tradizione anglosassone di Doyle e quella giapponese di Edogawa Ranpō. —Mario A Rumor

LA BIBBIA DEI MANGA

LA BIBBIA DEI MANGA

LA BIBBIA DEI MANGA

Leggere manga oggi non è più l’atto carbonaro di un tempo. Se un tempo approfondire il fumetto giapponese significava muoversi tra poche certezze e una cronica penuria di materiale informativo, oggi l’esperienza è travolgente. I manga hanno acquisito una levatura e una consapevolezza “esistenziale” differente, o quantomeno strutturata diversamente rispetto a venti o trent’anni fa. Uno degli effetti collaterali della Storia in cui questo medium si è trovato a vivere è che il sospetto, il disprezzo e la perplessità di ieri hanno perso vitalità, lasciando il posto a prospettive più elevate e meno provinciali.

Il volume La Bibbia dei manga (Gribaudo, pp. 320, € 25,00) di Helen McCarthy — autrice e pioniera nota agli appassionati della prima ora — decostruisce il passato offrendo un’impalcatura critica e storiografica all’altezza della natura multiforme del fumetto nipponico. Non ha la pretesa di svelare l’intero universo creativo, vasto e complesso per definizione dei manga, ma si impegna a mettervi ordine, trasformando la nostalgia in una cronologia ragionata di eventi, pubblicazioni ed epifanie artistiche, luoghi fisici, senza mai dare per scontati i vari generi narrativi con sequele di titoli.

McCarthy è premurosa, tanto nei confronti dell’opera quanto del pubblico. Non brucia l’incanto divulgativo appiattendosi sul consueto tracciato storico dalle origini a oggi; al contrario, guarda il medium dritto in faccia nel mezzo del cammino di questa “vita moderna”, tra rivoluzione digitale eglobalizzazione. Il libro scandisce le tappe di un processo evolutivo partendo dal grado zero e ne cattura l’ascesa: una sorta di log-in nella complessità del panorama attuale, dove il fumetto giapponese, da figura di secondo piano o nemico da combattere, è diventato il grande protagonista: culturale, sociale, soprattutto economico.

L’autrice mantiene un occhio fisso sul futuro prossimo dei manga, visti come mercato globale in continua espansione e prodotto di consumo dai connotati mutati: non più nicchia, non più presunto ostacolo all’alfabetizzazione dei giovanissimi (come venivano erroneamente etichettati un tempo insieme ai videogiochi). L’incipit del volume sottopone al lettore aspetti che un tempo si davano per scontati: la lingua, l’hic et nunc dei manga in un mercato affollatissimo e le possibilità di fruizione accelerate dall’era digitale.

I manga appaiono perfettamente acclimatati alle nuove tecnologie e alla connettività, strumenti usati non solo per raggiungere nuovi lettori, ma anche per abbattere i costi creativi — pur dovendo fare i conti con la pirateria online. McCarthy analizza ogni variabile, inclusa l’Intelligenza Artificiale generativa e il suo impatto sulla creazione (citando il caso emblematico di Cyberpunk Peach John di Rootport, pubblicato da Shinchosha). Non manca poi di menzionare titoli che vent’anni fa sarebbero risultati improponibili, e che oggi hanno trovato finalmente sbocco nel mercato occidentale. Solo dopo questa analisi contemporanea inizia la “danza storica” vera e propria, partendo dalle radici e dalle principali teorie storiografiche sulla nascita del fumetto giapponese. Le clausole di inclusione prevedono un menù ricchissimo: si passa dalla (ri)scoperta dei classici all’esatto inquadramento di autrici di culto colte nel momento del loro atto rivoluzionario (come Hideko Mizuno con il suo Fire!), fino a un’effervescente miscela di definizioni folgoranti (Baron Yoshimoto descritto come il “Michelangelo del gekiga”). Nelle pagine della McCarthy non esistono confini tra personaggi umani e robotici, belli e brutti; inoltre l’immersione negli episodi salienti della Storia del Giappone trova sempre una precisa collocazione tra le vignette. Nulla è dato per scontato. La Bibbia dei manga non si pone come un’opera accademica; i testi sono brevi, incisivi e immaginati come punti di ripartenza, il tutto sostenuto da un apparato iconografico lussureggiante. Anche se i riferimenti bibliografici e le figure di appoggio storiografico si limitano al panorama anglofono (nomi imprescindibili come Frederik L. Schodt o Ryan Holmberg, spesso traduttori oltre che specialisti della materia), il volume assolve egregiamente al suo compito divulgativo. La Bibbia dei manga è, in definitiva, l’inizio del viaggio. Il resto è affidato al gusto e alla curiosità insaziabile degli appassionati. —Mario A Rumor

LA NEVE DELLO SCORSO ANNO

LA NEVE DELLO SCORSO ANNO

LA NEVE DELLO SCORSO ANNO

Ci ha messo un po’ a definire artisticamente la propria libertà, Eiichi Muraoka. La libertà di concedersi una nota a margine nella sua lunga carriera di mangaka, spesso vincolato a generi specifici (come opere sul mahjong); la libertà di rivendicare il suo passato di individuo e di artista. Abbiamo conosciuto Muraoka per la prima volta nel 2022 sulle pagine del mensile «Nippon Shock Magazine», grazie alla scoperta e alla determinazione di Davide Castellazzi nel portarlo in Italia, ed è stato un colpo di fulmine. In parte perché Muraoka metteva da parte il suo stile abituale – maturato nei folgoranti anni ’60 tra riviste all’avanguardia come «COM» e generi che sapevano mettere alla prova come il gekiga – e in parte perché rievocava la sua infanzia e gli anni da “allievo interno” presso maestri del calibro di Shinji Nagashima a Yu Takita. Come spiegato in diverse interviste e sul sito Natalie, la genesi dell’opera risiede nel desiderio di realizzare finalmente un progetto personale, libero da vincoli editoriali, per consegnare alla memoria gli incontri che hanno segnato la sua vita. In originale, il volume oggi pubblicato da Nippon Shock Edizioni si intitola Kyonen no Yuki. La sua pubblicazione non era inizialmente prevista: Muraoka si ammalò dopo aver completato sei capitoli e solo l’intervento della figlia (caporedattrice della casa editrice Shonen Gahosha) ha permesso di trasformare quelle tavole in un libro. Negli impigli appassionanti, comici o drammatici di cui è fatta la Storia dei manga, La neve dello scorso anno non possiede la passione smodata che caratterizzava Osamu Tezuka quando raccontava di se stesso; è piuttosto un racconto malinconico di come l’arte del fumetto passi attraverso sacrifici, notti insonni, fatica e malattia. Quasi nulla è epico o eroico. L’opera ha una vocazione innata nel narrare incroci unici: tra artisti di talento (il capitolo su Fumiko Okada è uno dei più toccanti), legami familiari e semplici desideri (nuotare in un torrente con poca acqua). Incroci involontari come una figlia che inaspettatamente riesce a collaborare con il padre fumettista. Muraoka accoglie il lettore con uno stile essenziale, quasi caricaturale, ma non è l’estetica l’aspetto centrale. La vera forza del suo fumetto risiede nelle voci che si ascoltano, e che si sprigionano dalle pagine: echi di un passato non necessariamente straordinario, ma vissuto con determinazione e autenticità. –Mario A Rumor

L’ULTIMA FATICA DI IPPEI KURI

L’ULTIMA FATICA DI IPPEI KURI

L’ULTIMA FATICA DI IPPEI KURI

L’ultimo manga scritto e disegnato dal maestro Ippei Kuri porta un titolo evocativo che rimanda immediatamente alla letteratura popolare giapponese d’inizio secolo, come i romanzi scritti da Edogawa Ranpo con protagonista il detective Kogoro Akechi. Ichirō Soga e il mistero sotterraneo dell’Era Taishō (Nippon Shock Edizioni, pp. 160 in b/n , € 9,90) è prima di tutto un atto di devozione per le vecchie storie avventurose, dove l’imprevisto e i colpi di scena attendono il lettore dietro l’angolo di ogni tavola. Il racconto poggia sulle spalle di un protagonista giovane e tutt’altro che ingenuo, capace di affrontare situazioni ben più grandi di lui mettendo alla prova non solo il coraggio ma anche un solido rigore morale. In questo suo fumetto, che è al tempo stesso un triste e inaspettato congedo (Kuri è scomparso nel 2023), si intravede tutto l’amore per la narrazione classica: una tradizione che l’autore imparò a maneggiare lavorando con i fratelli maggiori dopo il trasferimento a Tokyo negli anni ’50, fino alla fondazione dello studio Tatsunoko. Per Ippei Kuri, d’altronde, non è mai esistita una vera divergenza tra fumetto e animazione: l’arte del disegno viveva per lui in un’unica dimensione, nutrita da una passione multiforme per generi diversi che lo accompagnò fin dall’esordio sul periodico «Z-Boy» con il manga Abare Tengu (1959). Ichirō Soga è un giovanotto che si trasferisce in Hokkaidō da suo zio, il signor Ishida, principale azionario di un campo da golf. L’anno è il 1932. Il ragazzo viene spedito a lavorare in magazzino, dove approfondisce la conoscenza di Nao Oikawa, responsabile del reparto manutenzione. Allertato da uno strano presentimento, Ichirō si ritrova ad affrontare misteriose circostanze innescate da avvistamenti insoliti e dalla morte di uno degli azionisti sul campo da gioco. Sebbene entri in azione il detective Orita della polizia di Sapporo con le sue indagini, sarà proprio Ichirō a svelare l’intricata matassa di segreti che avvolge quel luogo, tra avvenenti bionde e soldati senza scrupoli. La prima pubblicazione di Ichirō Soga e il mistero sotterraneo dell’Era Taishō è avvenuta proprio in Italia: “un dono” – come si legge nella cartella stampa – da parte di Kuri per omaggiare il lavoro svolto sul precedente volume a fumetti del disegnatore, Kenshiro Tsubanari e la Spada Squartademoni. Una scelta che anticipa persino l’uscita in Giappone. Il tocco di Kuri rassicura, come se il tempo non fosse mai trascorso. L’autore domina le vignette senza mai rinunciare al dettaglio o alla dinamicità dell’azione: si corre pressati dall’urgenza di svelare ogni inghippo e si combatte con destrezza, come se il giovane Ichirō custodisse in sé il DNA dei predecessori a fumetti del disegnatore. L’epilogo subisce un’accelerazione verso la parola “fine” senza però perdere di vista il tema “sotterraneo” (è il caso di dire) che aleggia nelle pieghe del racconto. Si avverte un pizzico di malinconia, forse per i tempi andati e una certa innocenza perduta, ma Ippei Kuri resta saldo nella sua visione. Non si limita a raccontare l’avventura di un ragazzo, ma tiene desta l’attenzione su argomenti che non andrebbero mai sottovalutati. Non si poteva ricordare questo maestro del disegno in maniera migliore, se non lasciandosi travolgere dall’azione. Il volume è disponibile in edizione standard, oppure in versione variant con formato A4 e copertina “Gold” a tiratura limitata (al prezzo di € 25). —Mario A Rumor

L’UOVO DELL’ANGELO

L’UOVO DELL’ANGELO

L’UOVO DELL’ANGELO

Per fortuna Mamoru Oshii non è mai riuscito a fuggire da se stesso: altrimenti, niente capolavori di animazione, niente visioni distanti dal mainstream giapponese. All’indomani del positivo riscontro di pubblico e critica di Lamù – Beautiful Dreamer (1984), Oshii è promosso a investimento in carne e ossa nel settore degli anime. È un autore su cui scommettere, ed è per questo che l’ipercritico Hayao Miyazaki (uno che non le manda a dire) e il produttore Yasuyoshi Tokuma si trovano a puntare sul giovane genio. Miyazaki ne suggerisce il nome per il terzo lungometraggio della serie Lupin III, ma il progetto viene ritenuto troppo criptico e fuori da ogni logica di mercato. Tokuma lo accoglie sotto la sua ala, e Oshii riconverte quelle idee in un progetto originale. Tutto ciò che il mancato Lupin non ha potuto essere trova rifugio in un OAV (Original Animation Video) intitolato L’Uovo dell’Angelo (Tenshi no Tamago, 71 minuti), che gode di una limitata distribuzione nelle sale giapponesi nell’autunno del 1985. Oshii non è solo a trafficare con questa contorta visione artistica. Ad affiancarlo, in veste di art director, autore dei personaggi e dei layout, c’è Yoshitaka Amano. Tra i due nasce una complicità totale: Oshii scrive, disegna gli ekonte (storyboard) e dirige. Amano plasma atmosfere visionarie e personaggi dagli occhi assenti. Lo staff si allarga al maestro dei fondali pittorici Shichirō Kobayashi (L’isola del tesoro) e a Yasuhiro Nakura (Memole), animatore non abbastanza celebrato in Occidente. Questa prodigiosa convergenza artistica eleva la qualità tecnica de L’Uovo dell’Angelo, conferendogli il respiro di un vero film cinematografico, come nelle intenzioni originali del regista. La trama si riduce a poche righe: in una città in rovina, di un luogo e un tempo indefiniti, una ragazzina custodisce un grosso uovo e incontra un misterioso giovane. Cosa conterrà mai quell’uovo? Il film ha celebrato il quarantennale nel 2025, apparendo tra l’altro al Festival di Cannes in versione rimasterizzata. Questa uscita ha finalmente colmato un vuoto di “culto” nella filmografia di Oshii: un’opera che ha ufficializzato il suo stile, in bilico tra impervia autorialità e intrattenimento. L’Uovo dell’Angelo sposa la prima, concedendosi allo spettatore come un’esperienza spettacolare unica e seducente, più da ammirare che da comprendere a ogni costo. Uscito lo scorso autunno nei cinema italiani grazie a Lucky Red, il film è ora disponibile in Limited Edition (Blu-ray + 4K Ultra HD) sotto l’etichetta Anime Factory. L’edizione è impeccabile dal punto di vista tecnico ed è accompagnata da un booklet con testi di presentazione e immagini suggestive. Unico extra: un trailer. —Mario A Rumor