SHONEN JUMP

SHONEN JUMP

SHONEN JUMP

Rutilante, fantasmagorica, ipercinetica, strabordante… Molti possono essere gli aggettivi affiancati alla rivista «Weekly Shonen Jump», più semplicemente «Shonen Jump» o amichevolmente «Jump».Questo settimanale della casa editrice Shueisha da diversi decenni risulta essere tra i più venduti, se non il più venduto, tra i magazine a fumetti del Giappone contendendo tale record ai rivali «Weekly Shonen Magazine» della casa editrice Kodansha e «Weekly Shonen Sunday» dell’editore Shogakukan.

«Shonen Jump» viene fondato nel 1968, raggiungendo, ai tempi di massimo splendore i sei milioni di copie vendute a settimana. Attualmente ogni numero costa il ridicolmente basso prezzo di 300 yen (circa 1,70 euro), una cifra irrisoria. Il formato è quello tipico delle riviste giapponesi, circa 18×25,5 cm, per oltre 400 pagine quasi totalmente in bianco e nero ma dalla carta colorata. Le sue copertine sono coloratissime, zeppe di immagini e di scritte. «Shonen Jump» è diretto a un pubblico maschile tra i 10 e i 15 anni, anche se l’età può oscillare molto e il successo televisivo di qualche serie può apportare notevoli iniezioni di pubblico nuovo. Il meccanismo di pubblicazione è quello classico giapponese: ogni manga viene serializzato sul settimanale grazie a puntate di una ventina di tavole e subito dopo raccolto in tankobon (volumetti) di circa duecento pagine.

È durante gli anni Ottanta che «Weekly Shonen Jump» frantuma ogni record, ospitando sulle sue pagine manga per ragazzi di grandissimo successo. È lì che fa il proprio esordio con la sua prima serie lunga Akira Toriyama, grazie a Dr. Slump (Dr. Slump e Arale). Nel 1981 Yoichi Takahashi fa conoscere ai lettori il gioco del calcio con Captain Tsubasa (Holly & Benji), multiserie in corso ancora oggi. Nel 1983 Masakazu Katsura pubblica l’opera Wingman. Poi arriva Hokuto no Ken (Ken il guerriero), di Buronson (testi) e Tetsuo Hara (disegni). A questo punto la rivista ha superato i tre milioni di copie in circolazione, destinate a crescere ulteriormente grazie a serie come Kimagure Orange Road (È quasi magia Johnny) di Izumi Matsumoto e Saint Seiya (I cavalieri dello zodiaco) di Masami Kurumada, a cui seguono JoJo no Kimyou na Bouken (Le bizzarre avventure di JoJo) di Hirohiko Araki del 1986, Slam Dunk di Takehiko Inoue nel 1990, Yu-Gi-Oh! di Kazuki Takahashi nel 1996 fino ad arrivare al 1997 con One Piece di Eiichiro Oda.

I 30 ANNI DI STEAM DETECTIVES

I 30 ANNI DI STEAM DETECTIVES

I 30 ANNI DI STEAM DETECTIVES

Steam City è una città perennemente avvolta dal vapore poiché tutte le sue industrie, e tutti i meccanismi che si muovono tra le sue mura, sono alimentati da questa particolare forma di energia. In questo mondo in bilico tra passato e futuro, con treni a vapore e robot giganti, antichi edifici e costruzioni avveniristiche i malviventi possono approfittare della costante copertura della nebbia per compiere malefatte. Per fortuna ad aiutare la polizia c’è il giovane detective Narutaki, un ragazzo dall’ingegno acuto e dalle sofisticate attrezzature, aiutato dall’infermiera Rin Rin e dal robot Gouriki: loro sono gli Steam Detectives. Questa, in breve, la trama di di Steam Detectives, manga scritto e disegnato da Kia Asamiya, che quest’anno compie uno strano doppio compleanno. La serie, infatti si è conclusa 30 anni fa sul settimanale «Shonen Jump» (dove era iniziata nel 1994), ma lo stesso anno è riapparsa sul mensile «Ultra Jump» (fino al 2000). Steam Detectives saccheggia il fumetto e l’animazione supereroici, in particolare Batman, unendoli con un tratto pulito che riesce in una sintesi precedentemente creduta impossibile: fondere il fumetto giapponese con l’animazione americana e la ligne claire francese. È lo stesso Asamiya a confessare a più riprese (e in diverse interviste) il proprio amore per il personaggio di Batman e in particolare per la serie animata, ma anche per alcuni disegnatori occidentali e per il bravissimo Mike Mignola in particolare.

I 60 ANNI DI ULTRAMAN

I 60 ANNI DI ULTRAMAN

I 60 ANNI DI ULTRAMAN

Gli spettatori giapponesi, televisivi e cinematografici, apprezzano molto le storie fantascientifiche di eroi in calzamaglia che dagli anni Sessanta riscuotono un grandissimo successo. Personaggi pronti a battersi contro mostruosi, e spesso buffi, mostri di altri pianeti. Una sorta di risposta in chiave fantascientifica ai supereroi americani, ma del tutto originali sia nei temi sia nelle regole base. Tali serie in Giappone vengono indicate col nome tokusatsu, unione contratta dei termini tokushu (“speciale”) e satsuei (“fotografia”). I temi caratteristici dei tokusatsu possono essere individuati nell’eterna lotta tra il bene (l’eroe di turno) e il male (i mostri che vogliono distruggere la Terra), nel potere del coraggio e del sacrificio, nell’importanza della lealtà e dell’amicizia. Da un punto di vista visivo sono un tripudio di costumi appariscenti e kitsch, ove spesso domina il rosso, di pose eroiche e di gestualità forzata. I tokusatsu sono lunghe serie di telefilm, ma talvolta anche film, realizzati a basso costo, in cui poco importa se si intravede la zip del costume del mostro di turno, e se le esplosioni non sono altro che fumogeni colorati, l’importante è che l’eroe si esibisca in pittoreschi colpi di arti marziali e che alla fine, nel continuo reiterarsi degli scontri tra buoni e cattivi, sia sempre il bene a trionfare. Si tratta perlopiù di produzioni dirette a un pubbblico infantile (bambini delle elementari), ma che ampi consensi riscuotono anche tra il pubblico adulto.

Tra i primi tokusatsu, sicuramente il più importante, vi è Ultraman. Che in questo 2026 compie 60 anni. Il personaggio fa infatti il suo esordio sulle televisioni nipponiche nel 1966, il protagonista è un alieno originario di Nebula M-78, posto nella quattordicesima galassia. A bordo della propria astronave entra in collisione con un’astronave terrestre del XXI secolo, uccidendo un membro della Science Patrol: Iota. Per resuscitarlo, si fonde con lui, divenendo un’unica persona, e per espiare alla sua colpa si erge a difensore della Terra contro una serie di mostri che da quel momento in poi cominciano ad affliggere il pianeta.

Il successo è tale che Ultraman ha un’infinità di seguiti. Del 1967 è la serie Ultraseven, del 1971 Kaette Kita Ultraman (“Il ritorno di Ultraman”), del 1980 Ultraman 80 e via dicendo. Per non parlare degli anime (la serie The Ultraman è del 1979), dei film, dei gadget, dei manga.

GIOCARE CON ASTERIX!

GIOCARE CON ASTERIX!

GIOCARE CON ASTERIX!

Esistono parecchi giochi da tavolo di Asterix, la maggior parte, però, in lingua francese. “Asterix & Co.”, di No Loading Games, viene ora proposto in lingua italiana. Si tratta di un dinamico gioco da tavolo per famiglie ispirato al celebre universo di Asterix. Recita la pubblicità: “preparati a entrare nel mondo dei Galli più famosi di sempre e a sfidare amici e parenti in battaglie esilaranti, strategie sorprendenti e colpi di scena degni dei migliori racconti di Uderzo e Goscinny. In Asterix & Co., i giocatori assumono il ruolo di iconici personaggi della serie Asterix, impersonando Galli, Romani e altri protagonisti dell’amato universo fumettistico. Ogni personaggio possiede abilità speciali uniche che possono cambiare completamente l’andamento della partita, offrendo un’esperienza di gioco varia, coinvolgente e ricca di interazione.” L’obiettivo del gioco è accumulare il maggior numero di sesterzi vincendo battaglie e sfruttando al meglio strategie intelligenti e capacità speciali, tra pozioni magiche, pesci lanciati in faccia e tattiche imprevedibili. Vince il giocatore che riesce per primo a raggiungere i 50 sesterzi, dimostrando di essere il più astuto guerriero della Gallia!

QUANDO TOY STORY 2 FU QUASI CANCELLATO

QUANDO TOY STORY 2 FU QUASI CANCELLATO

QUANDO TOY STORY 2 FU QUASI CANCELLATO

Scrive l’editor Georgia Coggan in suo articolo pubblicato sul sito Creative Bloq (lo trovate in rete) che il film della Pixar Toy Story 2 rischiò di essere completamente cancellato durante la fase di montaggio finale. Ecco le sue parole: “un dipendente della Pixar ha accidentalmente eseguito un comando di eliminazione sui server del film, e i testimoni, inorriditi, hanno potuto solo assistere alla scomparsa di una cartella, passata da 40 file a soli quattro in pochi secondi. Poiché i server di backup della Pixar erano fuori uso da un mese, non c’era modo di recuperare i dati. Sembrava che tutto fosse perduto. Anni di lavoro andati in fumo.” Ma ci fu il colpo di scena. “La direttrice tecnica Galyn Susman era in congedo di maternità e lavorava da casa. Aveva l’abitudine di sincronizzare regolarmente i file del film con il suo computer portatile personale per poter continuare a contribuire da remoto, e questa abitudine ha accidentalmente salvato quasi tutto ciò che era appena andato perduto.” Ma ci fu un altro colpo di scena: “I vertici della Pixar hanno visionato la versione recuperata e hanno deciso che non era comunque abbastanza buona. Il film è stato quindi quasi completamente riscritto da zero.”

100 METRI, LA VITA È UNA METAFORA

100 METRI, LA VITA È UNA METAFORA

100 METRI, LA VITA È UNA METAFORA

1997, il disegnatore si porta dietro uno pseudonimo nato dopo bizzarre riflessioni gastronomiche, scelto nonostante le resistenze iniziali dei redattori di Kōdansha. Di lui piace la franchezza, una qualità evidente fin da questo 100 metri (pubblicato sulla app “Magazine Pocket” tra il 2018 e il 2019), dove battute fulminanti possono abbattere lo spirito più forte. Piace anche la compostezza con cui Uoto si sfila dalla categoria dei mangaka dal tratto impeccabile, preferendo compensare il lettore con una densità di pensiero non comune. Tant’è che 100 metri, portato in Italia da J-Pop nell’edizione speciale a due volumi, più che un manga sembra un trattato di filosofia. Una cifra stilistica, la sua, esplosa definitivamente con l’opera successiva Chi. Riguardo il movimento della Terra (in Italia edito da Dynit Manga), che gli è valsa il prestigioso Gran Premio al Tezuka Osamu Cultural Prize e un fortunato adattamento anime nel 2024, consolidando il talento unico di un autore la cui popolarità è ora un dato di fatto grazie anche al film di animazione basato su 100 metri, in streaming su Netflix.

Uno dei protagonisti di 100 metri si chiama Togashi, si considera un ragazzo normale e ha un mantra esistenziale: «Basta essere il più veloce di tutti nei cento metri… e ogni cosa si risolverà». Sta parlando, in realtà, della vita stessa, ridotta metaforicamente a una pista di atletica da percorrere in dieci secondi. Qualcosa in lui però cambia quando, alle elementari, conosce Komiya, un nuovo compagno che vede nella corsa solo un modo di distrarsi dalle storture del quotidiano. Inizialmente bullizzato, Komiya viene preso sotto l’ala di Togashi che gli impartisce importanti lezioni di tecnica. Le cose mutano rapidamente con l’arrivo al liceo: pur continuando a eccellere agli occhi degli altri, il giovane campione si scontra con i limiti del proprio corpo e con la sua stessa morale agonistica, arrivando a valutare l’abbandono dall’atletica. Sarà un altro incontro, quello con la giovane Asakusa del disastrato club di atletica della scuola, a porre Togashi di fronte alle decisioni più importanti della sua vita.

Togashi è il centro dell’universo di 100 metri. Attorno a lui orbitano comprimari che, per un singolare equilibrio entropico, potrebbero prenderne il posto da un momento all’altro. L’atletica raccontata da Uoto (di cui sopravvivono personali ricordi altrettanto disastrosi ai tempi della scuola) si allontana dai canoni del classico spokon celebrativo (le spokon mono sono le storie a fumetti sulla tenacia sportiva); è piuttosto un lucido connubio di posizioni esistenziali che dà voce sia a chi arriva primo, sia a chi – come spesso accade nella vita – è destinato a perdere. Con le idee chiarissime fin dal debutto, l’autore ha strutturato il suo manga dandosi un limite temporale preciso, pur prevedendo qualche “ancora di salvataggio” nel caso in cui Kōdansha avesse deciso di sospendere l’opera. La vera materia “muscolare” del racconto non deriva tanto dalle prodezze fisiche dei corridori, quanto dall’impeto concettuale che il disegnatore riversa nelle loro convinzioni. Idee che si traducono nella straordinaria coralità di personaggi diversi, tutti uniti nel considerare la corsa dei cento metri come un grandioso microcosmo della vita. 100 metri è un dramma umano privo della retorica e delle esagerazioni tipiche del genere. E se è pur vero che Uoto non è un mostro di tecnica nel disegno (certi profili anatomici sono davvero orrendi), quando deforma i volti per trasporre la tensione nervosa, l’eccitazione agonistica e lo sforzo puro attraverso primi piani intensissimi, si capisce chiaramente di essere davanti a un’opera che non sembra avere rivali in circolazione. — Mario A Rumor