LA BIBBIA DEI MANGA

LA BIBBIA DEI MANGA

LA BIBBIA DEI MANGA

Leggere manga oggi non è più l’atto carbonaro di un tempo. Se un tempo approfondire il fumetto giapponese significava muoversi tra poche certezze e una cronica penuria di materiale informativo, oggi l’esperienza è travolgente. I manga hanno acquisito una levatura e una consapevolezza “esistenziale” differente, o quantomeno strutturata diversamente rispetto a venti o trent’anni fa. Uno degli effetti collaterali della Storia in cui questo medium si è trovato a vivere è che il sospetto, il disprezzo e la perplessità di ieri hanno perso vitalità, lasciando il posto a prospettive più elevate e meno provinciali.

Il volume La Bibbia dei manga (Gribaudo, pp. 320, € 25,00) di Helen McCarthy — autrice e pioniera nota agli appassionati della prima ora — decostruisce il passato offrendo un’impalcatura critica e storiografica all’altezza della natura multiforme del fumetto nipponico. Non ha la pretesa di svelare l’intero universo creativo, vasto e complesso per definizione dei manga, ma si impegna a mettervi ordine, trasformando la nostalgia in una cronologia ragionata di eventi, pubblicazioni ed epifanie artistiche, luoghi fisici, senza mai dare per scontati i vari generi narrativi con sequele di titoli.

McCarthy è premurosa, tanto nei confronti dell’opera quanto del pubblico. Non brucia l’incanto divulgativo appiattendosi sul consueto tracciato storico dalle origini a oggi; al contrario, guarda il medium dritto in faccia nel mezzo del cammino di questa “vita moderna”, tra rivoluzione digitale eglobalizzazione. Il libro scandisce le tappe di un processo evolutivo partendo dal grado zero e ne cattura l’ascesa: una sorta di log-in nella complessità del panorama attuale, dove il fumetto giapponese, da figura di secondo piano o nemico da combattere, è diventato il grande protagonista: culturale, sociale, soprattutto economico.

L’autrice mantiene un occhio fisso sul futuro prossimo dei manga, visti come mercato globale in continua espansione e prodotto di consumo dai connotati mutati: non più nicchia, non più presunto ostacolo all’alfabetizzazione dei giovanissimi (come venivano erroneamente etichettati un tempo insieme ai videogiochi). L’incipit del volume sottopone al lettore aspetti che un tempo si davano per scontati: la lingua, l’hic et nunc dei manga in un mercato affollatissimo e le possibilità di fruizione accelerate dall’era digitale.

I manga appaiono perfettamente acclimatati alle nuove tecnologie e alla connettività, strumenti usati non solo per raggiungere nuovi lettori, ma anche per abbattere i costi creativi — pur dovendo fare i conti con la pirateria online. McCarthy analizza ogni variabile, inclusa l’Intelligenza Artificiale generativa e il suo impatto sulla creazione (citando il caso emblematico di Cyberpunk Peach John di Rootport, pubblicato da Shinchosha). Non manca poi di menzionare titoli che vent’anni fa sarebbero risultati improponibili, e che oggi hanno trovato finalmente sbocco nel mercato occidentale. Solo dopo questa analisi contemporanea inizia la “danza storica” vera e propria, partendo dalle radici e dalle principali teorie storiografiche sulla nascita del fumetto giapponese. Le clausole di inclusione prevedono un menù ricchissimo: si passa dalla (ri)scoperta dei classici all’esatto inquadramento di autrici di culto colte nel momento del loro atto rivoluzionario (come Hideko Mizuno con il suo Fire!), fino a un’effervescente miscela di definizioni folgoranti (Baron Yoshimoto descritto come il “Michelangelo del gekiga”). Nelle pagine della McCarthy non esistono confini tra personaggi umani e robotici, belli e brutti; inoltre l’immersione negli episodi salienti della Storia del Giappone trova sempre una precisa collocazione tra le vignette. Nulla è dato per scontato. La Bibbia dei manga non si pone come un’opera accademica; i testi sono brevi, incisivi e immaginati come punti di ripartenza, il tutto sostenuto da un apparato iconografico lussureggiante. Anche se i riferimenti bibliografici e le figure di appoggio storiografico si limitano al panorama anglofono (nomi imprescindibili come Frederik L. Schodt o Ryan Holmberg, spesso traduttori oltre che specialisti della materia), il volume assolve egregiamente al suo compito divulgativo. La Bibbia dei manga è, in definitiva, l’inizio del viaggio. Il resto è affidato al gusto e alla curiosità insaziabile degli appassionati. —Mario A Rumor

LA NEVE DELLO SCORSO ANNO

LA NEVE DELLO SCORSO ANNO

LA NEVE DELLO SCORSO ANNO

Ci ha messo un po’ a definire artisticamente la propria libertà, Eiichi Muraoka. La libertà di concedersi una nota a margine nella sua lunga carriera di mangaka, spesso vincolato a generi specifici (come opere sul mahjong); la libertà di rivendicare il suo passato di individuo e di artista. Abbiamo conosciuto Muraoka per la prima volta nel 2022 sulle pagine del mensile «Nippon Shock Magazine», grazie alla scoperta e alla determinazione di Davide Castellazzi nel portarlo in Italia, ed è stato un colpo di fulmine. In parte perché Muraoka metteva da parte il suo stile abituale – maturato nei folgoranti anni ’60 tra riviste all’avanguardia come «COM» e generi che sapevano mettere alla prova come il gekiga – e in parte perché rievocava la sua infanzia e gli anni da “allievo interno” presso maestri del calibro di Shinji Nagashima a Yu Takita. Come spiegato in diverse interviste e sul sito Natalie, la genesi dell’opera risiede nel desiderio di realizzare finalmente un progetto personale, libero da vincoli editoriali, per consegnare alla memoria gli incontri che hanno segnato la sua vita. In originale, il volume oggi pubblicato da Nippon Shock Edizioni si intitola Kyonen no Yuki. La sua pubblicazione non era inizialmente prevista: Muraoka si ammalò dopo aver completato sei capitoli e solo l’intervento della figlia (caporedattrice della casa editrice Shonen Gahosha) ha permesso di trasformare quelle tavole in un libro. Negli impigli appassionanti, comici o drammatici di cui è fatta la Storia dei manga, La neve dello scorso anno non possiede la passione smodata che caratterizzava Osamu Tezuka quando raccontava di se stesso; è piuttosto un racconto malinconico di come l’arte del fumetto passi attraverso sacrifici, notti insonni, fatica e malattia. Quasi nulla è epico o eroico. L’opera ha una vocazione innata nel narrare incroci unici: tra artisti di talento (il capitolo su Fumiko Okada è uno dei più toccanti), legami familiari e semplici desideri (nuotare in un torrente con poca acqua). Incroci involontari come una figlia che inaspettatamente riesce a collaborare con il padre fumettista. Muraoka accoglie il lettore con uno stile essenziale, quasi caricaturale, ma non è l’estetica l’aspetto centrale. La vera forza del suo fumetto risiede nelle voci che si ascoltano, e che si sprigionano dalle pagine: echi di un passato non necessariamente straordinario, ma vissuto con determinazione e autenticità. –Mario A Rumor

L’ULTIMA FATICA DI IPPEI KURI

L’ULTIMA FATICA DI IPPEI KURI

L’ULTIMA FATICA DI IPPEI KURI

L’ultimo manga scritto e disegnato dal maestro Ippei Kuri porta un titolo evocativo che rimanda immediatamente alla letteratura popolare giapponese d’inizio secolo, come i romanzi scritti da Edogawa Ranpo con protagonista il detective Kogoro Akechi. Ichirō Soga e il mistero sotterraneo dell’Era Taishō (Nippon Shock Edizioni, pp. 160 in b/n , € 9,90) è prima di tutto un atto di devozione per le vecchie storie avventurose, dove l’imprevisto e i colpi di scena attendono il lettore dietro l’angolo di ogni tavola. Il racconto poggia sulle spalle di un protagonista giovane e tutt’altro che ingenuo, capace di affrontare situazioni ben più grandi di lui mettendo alla prova non solo il coraggio ma anche un solido rigore morale. In questo suo fumetto, che è al tempo stesso un triste e inaspettato congedo (Kuri è scomparso nel 2023), si intravede tutto l’amore per la narrazione classica: una tradizione che l’autore imparò a maneggiare lavorando con i fratelli maggiori dopo il trasferimento a Tokyo negli anni ’50, fino alla fondazione dello studio Tatsunoko. Per Ippei Kuri, d’altronde, non è mai esistita una vera divergenza tra fumetto e animazione: l’arte del disegno viveva per lui in un’unica dimensione, nutrita da una passione multiforme per generi diversi che lo accompagnò fin dall’esordio sul periodico «Z-Boy» con il manga Abare Tengu (1959). Ichirō Soga è un giovanotto che si trasferisce in Hokkaidō da suo zio, il signor Ishida, principale azionario di un campo da golf. L’anno è il 1932. Il ragazzo viene spedito a lavorare in magazzino, dove approfondisce la conoscenza di Nao Oikawa, responsabile del reparto manutenzione. Allertato da uno strano presentimento, Ichirō si ritrova ad affrontare misteriose circostanze innescate da avvistamenti insoliti e dalla morte di uno degli azionisti sul campo da gioco. Sebbene entri in azione il detective Orita della polizia di Sapporo con le sue indagini, sarà proprio Ichirō a svelare l’intricata matassa di segreti che avvolge quel luogo, tra avvenenti bionde e soldati senza scrupoli. La prima pubblicazione di Ichirō Soga e il mistero sotterraneo dell’Era Taishō è avvenuta proprio in Italia: “un dono” – come si legge nella cartella stampa – da parte di Kuri per omaggiare il lavoro svolto sul precedente volume a fumetti del disegnatore, Kenshiro Tsubanari e la Spada Squartademoni. Una scelta che anticipa persino l’uscita in Giappone. Il tocco di Kuri rassicura, come se il tempo non fosse mai trascorso. L’autore domina le vignette senza mai rinunciare al dettaglio o alla dinamicità dell’azione: si corre pressati dall’urgenza di svelare ogni inghippo e si combatte con destrezza, come se il giovane Ichirō custodisse in sé il DNA dei predecessori a fumetti del disegnatore. L’epilogo subisce un’accelerazione verso la parola “fine” senza però perdere di vista il tema “sotterraneo” (è il caso di dire) che aleggia nelle pieghe del racconto. Si avverte un pizzico di malinconia, forse per i tempi andati e una certa innocenza perduta, ma Ippei Kuri resta saldo nella sua visione. Non si limita a raccontare l’avventura di un ragazzo, ma tiene desta l’attenzione su argomenti che non andrebbero mai sottovalutati. Non si poteva ricordare questo maestro del disegno in maniera migliore, se non lasciandosi travolgere dall’azione. Il volume è disponibile in edizione standard, oppure in versione variant con formato A4 e copertina “Gold” a tiratura limitata (al prezzo di € 25). —Mario A Rumor

L’UOVO DELL’ANGELO

L’UOVO DELL’ANGELO

L’UOVO DELL’ANGELO

Per fortuna Mamoru Oshii non è mai riuscito a fuggire da se stesso: altrimenti, niente capolavori di animazione, niente visioni distanti dal mainstream giapponese. All’indomani del positivo riscontro di pubblico e critica di Lamù – Beautiful Dreamer (1984), Oshii è promosso a investimento in carne e ossa nel settore degli anime. È un autore su cui scommettere, ed è per questo che l’ipercritico Hayao Miyazaki (uno che non le manda a dire) e il produttore Yasuyoshi Tokuma si trovano a puntare sul giovane genio. Miyazaki ne suggerisce il nome per il terzo lungometraggio della serie Lupin III, ma il progetto viene ritenuto troppo criptico e fuori da ogni logica di mercato. Tokuma lo accoglie sotto la sua ala, e Oshii riconverte quelle idee in un progetto originale. Tutto ciò che il mancato Lupin non ha potuto essere trova rifugio in un OAV (Original Animation Video) intitolato L’Uovo dell’Angelo (Tenshi no Tamago, 71 minuti), che gode di una limitata distribuzione nelle sale giapponesi nell’autunno del 1985. Oshii non è solo a trafficare con questa contorta visione artistica. Ad affiancarlo, in veste di art director, autore dei personaggi e dei layout, c’è Yoshitaka Amano. Tra i due nasce una complicità totale: Oshii scrive, disegna gli ekonte (storyboard) e dirige. Amano plasma atmosfere visionarie e personaggi dagli occhi assenti. Lo staff si allarga al maestro dei fondali pittorici Shichirō Kobayashi (L’isola del tesoro) e a Yasuhiro Nakura (Memole), animatore non abbastanza celebrato in Occidente. Questa prodigiosa convergenza artistica eleva la qualità tecnica de L’Uovo dell’Angelo, conferendogli il respiro di un vero film cinematografico, come nelle intenzioni originali del regista. La trama si riduce a poche righe: in una città in rovina, di un luogo e un tempo indefiniti, una ragazzina custodisce un grosso uovo e incontra un misterioso giovane. Cosa conterrà mai quell’uovo? Il film ha celebrato il quarantennale nel 2025, apparendo tra l’altro al Festival di Cannes in versione rimasterizzata. Questa uscita ha finalmente colmato un vuoto di “culto” nella filmografia di Oshii: un’opera che ha ufficializzato il suo stile, in bilico tra impervia autorialità e intrattenimento. L’Uovo dell’Angelo sposa la prima, concedendosi allo spettatore come un’esperienza spettacolare unica e seducente, più da ammirare che da comprendere a ogni costo. Uscito lo scorso autunno nei cinema italiani grazie a Lucky Red, il film è ora disponibile in Limited Edition (Blu-ray + 4K Ultra HD) sotto l’etichetta Anime Factory. L’edizione è impeccabile dal punto di vista tecnico ed è accompagnata da un booklet con testi di presentazione e immagini suggestive. Unico extra: un trailer. —Mario A Rumor

UNA RAGAZZA ALLA MODA 50th ANNIVERSARY EDITION

UNA RAGAZZA ALLA MODA 50th ANNIVERSARY EDITION

UNA RAGAZZA ALLA MODA 50th ANNIVERSARY EDITION

Cinquant’anni dopo, Benio Hanamura non ha perso il suo fascino. L’adolescente che vive nel settimo anno dell’Era Taisho (1918) e insegue una vita anticonformista, pur essendo costretta a sposare un attraente sottotenente dell’esercito imperiale di nome Shinobu Ijuin, ha ancora tanto da dire al pubblico di oggi. Creata da Waki Yamato – autrice fin troppo sottotraccia da queste parti – Una ragazza alla moda (Haikara-san ga tooru, 1975) parla al plurale femminile mettendo in chiaro il ruolo delle donne nella società contemporanea, contro pregiudizi, stereotipi e un avvilente maschilismo. Da buon classico degli shōjo manga, l’opera alterna ironia, romanticismo rampante e splendido grafismo, poeticamente espresso da una varietà di citazioni. Benio è uno dei rari casi di protagonista che suscita genuina simpatia, anche grazie a un affiatato cast di comprimari.

Come si può non entusiasmarsi leggendo le sue avventure? Quella di una ragazza moderna e vivace che si comporta come un maschiaccio, allenandosi a kendo con l’amico Ranmaru, chiaramente nata nel periodo storico sbagliato. L’epoca Taisho, durata neanche una quindicina di anni, sembra promettente sulla carta, ma si rivela un periodo difficile, con un grande trauma da smaltire (il terremoto del Kantō avvenuto nel 1923) e la pericolosa vicinanza ideologica a ciò che avrebbe generato comportamenti bellicosi e autoritari. Eppure, che coraggio trovare un po’ di sano romanticismo proprio in quell’era! Benio Hanamura non possiede le classiche caratteristiche dell’eroina shōjo. Non è particolarmente attraente, non ha talenti e non è popolare: tuttavia, qualcuno disposto ad amarla e accettarla esattamente per com’è salta fuori. Waki Yamato ha sempre spiegato nelle interviste di aver avuto subito in mente questa ragazza con hakama amaranto e stivaletti: una studentessa che reclama un posto nel mondo, e un’istruzione universitaria pari a quella maschile, dalla personalità frizzante e allergica agli stilemi tipici dei fumetti per ragazze. La riluttanza della redazione di «Weekly Shōjo Friend» viene superata dalla testardaggine con cui l’editor di Waki Yamato (fresca debuttante) combatte per approvare il soggetto della disegnatrice. Una scelta spericolata per l’epoca, che la costringe a disegnare in fretta – nessun problema su questo, ammetterà in seguito – e a ingegnarsi come meglio poteva nell’ideare gli abiti della protagonista.

Una ragazza alla moda conquista subito il cuore delle lettrici, elettrizzate da quel suo cocciuto ideale di non dover essere scelta da un uomo, ma di poter scegliere. Di potersi affermare nella vita consapevolmente, non soltanto come moglie e madre. Non fosse stato per uno spettacolo del Takarazuka visto alla televisione da adolescente, probabilmente Waki Yamato avrebbe faticato a superare la fase amatoriale, durante la quale disegnava per allietare le compagne di scuola e ottenere la loro approvazione. Il suo manga (assieme ad Asaki Yumemishi) è un pezzo di storia, ma anche di sociologia. Le vendite decretano il suo successo, oltre 10 milioni di copie, così pure gli adattamenti per la televisione, la versione animata (Mademoiselle Anne) e i due recenti film realizzati per chiudere il cerchio sulle vicende romantiche di Benio, e infine gli spettacoli teatrali che sono tornati in grande stile là dove tutto è cominciato: il Takarazuka. Una ragazza alla moda. 50th Anniversary Edition è pubblicato da Star Comics in quattro volumi (di circa 400 pagine ciascuno, al prezzo di € 14,90). —Mario A Rumor

STRANGER THINGS A FUMETTI

STRANGER THINGS A FUMETTI

STRANGER THINGS A FUMETTI

Non c’è niente di meglio che affezionarsi a una serie televisiva, e poi riviverla con altri mezzi. All’interno di quel magnifico universo narrativo che è stato Stranger Things (2016-2025), la serie televisiva Netflix ideata e diretta da Matt e Ross Duffer, anche i fumetti hanno trovato un appropriato contraltare narrativo, spesso spingendosi indietro nel tempo. Talvolta soggiogati da ben altro registro, rispetto alla matrice di partenza (come l’omaggio parodico di «MAD» nel numero 548 del 2017). Magazzini Salani, lo scorso novembre, ha pubblicato Stranger Things – La raccolta (pp. 384, € 24,90): un volume che include quattro archi narrativi ambientati nel Sottosopra e a Hawkins, in aggiunta al racconto inedito Scienza in campeggio. I fumetti Il Sottosopra, Sei e Soffiando sul fuoco erano usciti singolarmente in precedenza sempre per i tipi di Salani (e vanno ad aggiungersi a Stranger Things e Dungeons & Dragons, Panini). La vita comics della serie è nata dalla collaborazione tra Netflix e Dark Horse e ha trovato nella sceneggiatrice Jody Houser (Star Wars: Thrawn) una perfetta interlocutrice per i misteri e l’oscurità del mondo creato dai Duffer. Netflix ha subito concesso libertà di esplorazione nell’altrove fumettistico e Houser si è dimostrata coerente con quel mondo, espandendo elementi narrativi soltanto visti di sfuggita o non abbastanza approfonditi nella serie TV. Un esempio di ciò si vede in Il Sottosopra, incentrato nel disperato tentativo di Will Byers di tornare a casa mentre è imprigionato nella cupa replica di Hawkins. Attraverso i suoi occhi possiamo approfondire eventi, incontri e lotte per la sopravvivenza rispetto a quanto descritto nel soggetto originale. Discorso analogo si può formulare per il fumetto Sei, uno dei migliori, nel quale Houser amplia la base di conoscenza sugli esperimenti al laboratorio di Hawkins per mano del dottor Brenner, con ambientazione nel 1978. I fumetti, come i romanzi ispirati ai personaggi di Stranger Things, offrono dunque la possibilità di ingigantire le maglie narrative, puntando a una varietà grafica (tra le matite spicca l’italiano Stefano Martino, responsabile de Il sottosopra) e riuscendo a scivolare con maestria tra le varie stagioni della serie. —Mario A Rumor