
LE LEZIONI DI CINEMA DI MAKOTO SHINKAI
Mai sottovalutare il potere racchiuso nelle immagini di un ekonte. In Occidente, il termine giapponese viene spesso semplificato con “storyboard”, ma nella sua natura è custodita l’essenza stessa del film: come apparirà sullo schermo, completo di dialoghi, effetti sonori, azione e durata di ogni singola scena. Si tratta, dunque, di qualcosa di molto più articolato di un semplice storyboard. Da tempo affezionata al cinema del regista Makoto Shinkai, J-Pop ha pubblicato lo scorso autunno il volume your name. Storyboard by Makoto Shinkai (pp. 640, € 29,00). L’occasione è imperdibile: scoprire lo sviluppo del film campione di incassi your name. (2016), osservarne l’ossatura attraverso i riquadri e confrontare i disegni preparatori con le sequenze animate. Questa volta conviene però partire dalla fine, ovvero dall’intervista al regista ospitata in calce al volume: attraverso le sue parole è infatti possibile mettere meglio a fuoco procedure e modalità della sua “scrittura per immagini”. Shinkai traccia spesso paralleli con le sue opere passate, nobilitando gli strumenti utilizzati per realizzare i propri storyboard, inclusi mezzi espressivi agili come l’Animatic (una bozza animata dello storyboard con effetti sonori, fondamentale per la progettazione e per la presentazione del progetto a clienti o produttori). L’intervista risulta quindi propedeutica a una migliore comprensione dello storyboard di your name. diventando un prezioso strumento didattico per chi sogna di lavorare nell’animazione.
È questo l’aspetto che dovrebbe entusiasmare ogni appassionato di anime (non solo dei film di Shinkai). La tradizione legata agli ekonte è molto solida in Giappone e non riguarda solo la filmografia di Shinkai. Basti pensare ai volumi dedicati ai capolavori di Hayao Miyazaki; uno di questi, Lupin III – Il castello di Cagliostro, fu addirittura utilizzato come materia di studio per le matricole dello studio Tokyo Movie Shinsha nei primi anni ’80. L’approccio offerto da questo volume non soddisfa soltanto la curiosità o il desiderio di contemplare un’opera in fieri, ma si configura come una forma espressiva utile a irrobustire la personalità di un autore. Nell’intervista, Shinkai menziona gli ekonte di Hideaki Anno e Mamoru Hosoda; avrebbe forse potuto citare anche la perfezione assoluta di quelli di Satoshi Kon (al pari dei suoi layout), il fascino grottesco di quelli di Mamoru Oshii, o ancora il groviglio di linee a matita prodotto da un genio come Osamu Dezaki. Consultare questo volume permette di vedere un regista all’opera, e svela l’evoluzione del lavoro di pre-produzione rispetto al passato. Per Shinkai, il dilemma dell’essere o meno un regista di talento sembra legarsi proprio a questa fase creativa, punto di scontro tra ammiratori e detrattori. Shinkai, “figlio del software” e di agguerriti iMac, più che dell’animazione tradizionale, farebbe forse storcere il naso a un artigiano della carta come Miyazaki; eppure, è difficile non restare affascinati dal modo in cui costruisce il suo cinema. —Mario A Rumor
