
TRE DOMANDE A OSCAR CHICHONI
Intervista realizzata nei primi anni Duemila all’illustratore argentino Oscar Chichoni (classe 1957).
Guardando le sue illustrazioni il futuro sembra sempre una cosa cupa e inquietante. È Così che lo vede?
Non saprei. Certo c’è un clima di paura, specie nell’uso del colore. Il futuro è una cosa sconosciuta, è un mondo nuovo che ancora non si conosce, quindi ci provoca paura. Penso però che sia una sensazione che proviamo tutti. Comunque cerco anche di scherzarci sopra.
A cosa è dovuta la sua predilezione per il metallo, per le figure gigantesche e arrugginite, granitiche?
Tutti noi abbiamo fatto delle esperienze che fanno parte di noi stessi. Da bambino giocavo in una specie di cimitero di locomotive a vapore, forse è nato tutto da lì, dal ricordo di quei mostri arrugginiti al sole. Erano quasi dei simboli della vita, cose enormi eppure destinate a morire, ad arrugginirsi, oppure a essere fatte a pezzi e riutilizzate. È il ciclo della vita.
Ho letto che non usa il pennello, è vero?
Lo uso il meno possibile, preferisco le matite e i pastelli a olio. Non ho un buon rapporto col pennello. Talvolta lo uso per realizzare le figure umane, ma in tutti gli altri casi preferisco le matite.