80 ANNI PER I MOOMIN

80 ANNI PER I MOOMIN

80 ANNI PER I MOOMIN

Il mondo dei Moomin è stato creato da Tove Jansson, artista finlandese figlia dello scultore Viktor Jansson e dell’illustratrice Signe Hammarsten-Jansson. Nonostante cominci a pensarci già a fine anni Trenta, la Janson lo porta sulla carta solo nel 1945, nel libro per bambini intitolato Småtrollen och den Stora Översvämningen (“I piccoli troll e la grande alluvione”). All’inizio degli anni Cinquanta l’agenzia inglese Associated Press chiede alla Janson di creare una striscia dedicata al mondo dei Moomin, che fa il suo esordio sul quotidiano London Evening News nel 1954 e a cui porta un forte contributo il fratello di Tove, Lars.
Al centro di libri e fumetti vi sono le avventure un po’ naif di Moomintroll (questo il nome originale del protagonista), un benevolo troll dalle forme tondeggianti, tanto da spingere i primi traduttori italiani a indicarlo come un ippopotamo. Moomin è presto circondato da una miriade di comprimari. Innanzitutto i genitori, prima persi e poi ritrovati, poi la fidanzata Adipella (in originale Snorkföken). Tutti Moomin, e in quanto tali identici nell’aspetto, se non per qualche piccolo dettaglio che permette di distinguerli: un cappello per papà Moomin, un ciuffo di capelli per Adipella, ecc. Ci sono poi una pletora di animali veri o inventati, tra cui un buffo topolino che appare sin dalla prima vignetta, l’amico Sniff e l’umano Pipetta (in originale Snorkföken). Fatto curioso è che non vi è grande distinzione tra esseri umani, che appaiono molto limitatamente, Moomin e altri animali (veri o immaginari), dato che tutti mostrano comportamenti umanizzati, vivono in case, stringono complesse relazioni interpersonali. Apparentemente per bambini, in realtà i Moomin sono apprezzati da un pubblico vasto ed eterogeneo, che rimane incantato di fronte ai teneri comportamenti dei personaggi, alle prese con situazioni quotidiane abbastanza semplici e avventure dai buffi risvolti: una gita in spiaggia, una nuova casa, l’incontro con strani pirati, un’alluvione, ecc.
I Moomin godono, ancora oggi, di uno strepitoso successo in Giappone. Il merito spetta probabilmente alla serie animata prodotta nel 1969, che li ha resi popolari presso il grande pubblico. In realtà i primi episodi di quella produzione si discostano abbastanza dal fumetto originale, spingendo la Janson a protestare e a richiedere cambiamenti, apportati negli anime successivi realizzati a più riprese fino agli anni Novanta. Le serie animate sono complessivamente tre: Moomin (del 1969, 65 episodi), Tanoshi Moomin Ikka (del 1990, 78 episodi), Tanoshi Moomin Ikka Boken Nikki (del 1991, 26 episodi). A queste nel 1992 si aggiunge il lungometraggio Tanoshii Moomin ikka: Muumindani no suisei. Ma l’affetto con cui i giapponesi di tutte le età seguono la serie e i personaggi è dimostrato da un fiorente merchandising, che copre ogni tipologia di prodotto. Dalle agende ai quaderni, dai pupazzi alle tazze da té, i grandi magazzini nipponici offrono gadget, utili e inutili, per soddisfare ogni esigenza. Non solo, a Tokyo esiste anche un negozio di dolciumi dedicato ai simpatici trolls, con delizie che ne rievocano il mondo zuccheroso.

(DaC)

I 50 ANNI DI CIPPUTI

I 50 ANNI DI CIPPUTI

I 50 ANNI DI CIPPUTI

La classe operaia va in Paradiso, recita il titolo di un celebre film degli anni Settanta. Cipputi, tuttavia, sa bene che prima di raggiungere tale traguardo lo attendono l’inferno della fabbrica e il purgatorio della politica. Passaggi obbligati che affronta con ironico cinismo, senza mai rinunciare all’unica vera libertà che gli resta: pensare.

Il celebre operaio da catena di montaggio creato da Carelo Tullio Altan esordisce nel maggio del 1976 in una vignetta su L’Uno, inserto di Linus, mensile in grado di coniugare l’intrattenimento a fumetti con l’impegno politico. E Cipputi non può che essere figlio di tale strano e straordinario connubio, in grado di strappare un sorriso facendo riflettere. In realtà il nome del personaggio non è ancora definito, talvolta viene appellato come Cipputo, o Capponi, Cesputi, Cavazzuti o col più sintetico Cippa. Anche l’aspetto mostra qualche oscillazione, cristallizzandosi in un’icona perfettamente definita solo dopo qualche tempo. Inizialmente, forse, Altan non intende dare vita a un character fisso, ma rappresentare il disagio operaio in vignette con personaggi sempre diversi eppure sempre uguali a sé stessi, ma poi Cipputi prende forma e il sopravvento, divenendo il fulcro attorno a cui ruota uno sterminato numero di vignette. Già, perché Cipputi non è un personaggio dei fumetti, ma un personaggio delle vignette, se così si può dire. Eppure, messe tutte in fila, quelle immagini singole, quelle folgoranti riflessioni sull’universo fabbrica formano una sorta di lunghissima storia, la storia di Cipputi Gino (alla Fantozzi, prima il cognome) e la Storia (sì, con la esse maiuscola) dell’Italia.

SIMBOLO OPERAIO
Cipputi è nato così, spiega lo stesso Altan, “due operai che parlavano tra di loro con scetticismo. Allora la voce della classe operaia era molto forte. A poco a poco Cipputi è diventato un simbolo.” Tuta da metalmeccanico taglia large, evidentemente frutto di un’alimentazione italian style, occhiali tondi, naso pronunciato, cappellino con visiera all’indietro, unica concessione alla moda giovanilista. Da segnalare anche il mistero delle dita, a volte cinque altre volte quattro (come nel mondo dei cartoons) per mano. Ma non è l’aspetto di Cipputi a lasciare il segno, bensì il pensiero. Veterocomunista, sa bene che la struttura conta più della sovrastruttura, i contenuti più delle apparenze. Permeato di pessimistico realismo, Cipputi osserva ciò che avviene attorno a lui e sulla sua pelle e lo riassume in caustiche riflessioni colme di proletaria saggezza. Non si fa grandi illusioni, l’esperienza gli insegna che il lato corto della pagliuzza tocca sempre ai più deboli, che dietro la benevolenza dei padroni si cela un trabocchetto, che i roboanti discorsi dei politici sono promesse da marinaio. Politicamente condannato all’opposizione eterna, costantemente minacciato dalla spada di damocle della cassa integrazione, si difende come può, con le parole. Frasi affilate come lame, che non risparmiano fendenti neanche alla sinistra e ai sindacati, sempre meno aderenti alla volontà operaia di cui sembra essere diventato l’estremo baluardo.

UN MICROMACROCOSMO
Lo scenario entro il quale si muove Cipputi è quasi sempre lo stesso, quello della fabbrica. Una sorta di siparietto connotato da pochissimi dettagli: le tute degli operai e qualche macchinario sul quale il Cipputi è costantemente alle prese con trapani, cacciaviti e utensili vari. L’abitudine al lavoro in fabbrica è tale che, anche quando va in vacanza, si ritrova a costruire improbabili impianti meccanici con la sabbia. Quel microcosmo lavorativo, però, fa da gran cassa al macrocosmo della società, grazie ai secchi dialoghi tra Cipputi e i colleghi. Sono il mondo del lavoro e della politica a tenere banco, ma non manca qualche veloce incursione in quello del calcio e in altri ambiti, specie se si rivelano corrotti e collusi coi potenti. Il lavoro alla catena di montaggio gli ha fatto capire che anche quando tutto cambia niente cambia, e l’ombrello finisce sempre nel solito posto. Per questo, quando un collega lo imbecca con la frase “quando andiamo noi operai in TV cala l’ascolto”, Cipputi prontamente risponde, “manca la sùspens. Lo sanno tutti che alla fine lo prendiamo nel didietro.”
Oltre che sulle pagine di Linus, Cipputi finisce in raccolte librarie, persino di editori prestigiosi come Einaudi, o appartenenti a personaggi politici da lui sbeffeggiati, come Mondadori. Approda anche sul palcoscenico, grazie al Teatro dell’Archivolto, che nel 2006, in occasione del trentennale della sua nascita, costruisce lo spettacolo “Cronache dal Bel Paese” e lo mette in scena nelle Ex Acciaierie Cornigliano. Insomma, ancora in fabbrica…

(DaC)