I 50 ANNI DI NILUS

I 50 ANNI DI NILUS

I 50 ANNI DI NILUS

In questo 2026 compie 50 anni la striscia Nilus dei fratelli Origone. “Nilus è stato scelto perché è l’anagramma di Linus una striscia che era già molto famosa”, spiega Franco Origone parlando della sua opera più famosa. Ma, a parte l’omaggio nel titolo (comunque azzeccatissimo, visto che Nilus è il nome latino del famoso fiume egiziano), il fumetto degli Origone Bros è completamente differente da quello di Charles Schulz, con cui condivide il formato ma si differenzia nell’ambientazione, l’antico Egitto, e nei personaggi, adulti invece che bambini.

Nilus nasce nel 1976 e prosegue, saltando da una pubblicazione all’altra, praticamente fino ai giorni nostri, potendo contare ormai su oltre 5.000 strisce. La serie si afferma tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, venendo ospitata sui quotidiani Il Secolo XIX, Il Giorno, Il Messaggero, Stampa sera e La Gazzetta del Mezzogiorno, ma anche sui Gialli Mondadori e sulla rivista Il Mago. All’estero viene pubblicata su Circus e Veçu dalla francese Glénat, dal settimanale tedesco Zack della Koralle Verlag di Amburgo ed appare su quotidiani e riviste svedesi e finlandesi.
Sfruttando la classica struttura della striscia americana, che prevede tre/quattro vignette (ma possono diventare due o addirittura una sola) con gag finale e reiterazione di situazioni, Nilus parte con un tratto semplice e un po’ acerbo, che si affina col passare degli anni, arrivando a una sintesi grafica tondeggiante estremamente gradevole, che ben si sposa col tono delle battute. Gli sfondi semplici si adattano perfettamente all’ambientazione desertica, mentre i personaggi affinano caratteristiche fisiche e psicologiche destinate a renderli inconfondibili.

NILUS E GLI ALTRI

A guardare il titolo, il protagonista della serie dovrebbe essere Nilus, l’architetto pasticcione perennemente impegnato nella costruzione di piramidi, ma la figura del Faraone gli contende la palma di personaggio cardine, mentre la frequenza con cui gli altri characters si impossessano della scena fa addirittura pensare a una serie corale. Le dinamiche che fanno “funzionare” questo piccolo teatrino egizio sono molto semplici: il dispotismo del potere e l’ossessione per i suoi simboli, come le piramidi, e limiti e debolezze umane, in grado di fornire infiniti spunti umoristici. Così Nilus è sempre alle prese con la costruzione di una nuova tomba per il parentado del Faraone ed è costantemente frustrato nelle sue velleità artistiche, che lo porterebbero alla realizzazione di edifici ben diversi dalla classica forma piramidale, ma che si scontrano con le leggi della fisica e i malumori del suo principale. Attorno a lui, gli schiavi fanno buon viso a cattivo gioco, prigionieri, prima che del Faraone, di una routine immutabile e di una incapacità genetica alla ribellione. Insomma, le regole sociali sono scritte e immutabili ed è all’interno di esse che gli Origine trovano spazio per battute e tormentoni, riproponendo in chiave personale il balletto sociale in cui tutto sembra muoversi ma in realtà rimane sempre uguale a se stesso.

PASSATO O PRESENTE?

Da un punto di vista coreografico, la serie Nilus è ovviamente ambientata nell’antico Egitto. Deserto, piramidi, costumi, ogni dettaglio rimanda al periodo di massimo splendore di quella civiltà africana e mediterranea al medesimo tempo. Tuttavia, problemi sociali e umane attitudini hanno spesso un risvolto contemporaneo e un sapore tutto italiano, come se quei luoghi lontani nel tempo e nello spazio non fossero altro che la metafora di altri molto più vicini a noi. Così, problemi come la speculazione edilizia e conflitti sindacali ci ricordano il mondo moderno, mentre il deficit pubblico che si impenna e l’occupazione che precipita (resi evidenti da grafici appesi nelle stanze del Faraone) assurgono a profetiche polaroid dell’attuale situazione italiana. Vizi (tanti) e virtù (poche) del potere sono quelle tipiche della classe politica nostrana. Il Faraone sperpera denaro mentre l’economia crolla e i disoccupati aumentano. Incapace, o semplicemente disinteressato, nella gestione pubblica, lascia che i poveri diventino sempre più poveri, mentre la sua pancia lascia intuire grande attenzione verso il personale benessere. E sottoposti, poveri e schiavi che cosa fanno? Semplicemente si lamentano e tirano a campare, incapaci di una vera opposizione tesa a ribaltare lo status quo. L’unica differenza con l’Italietta attuale è che al tempo del Faraone almeno qualche piramide la costruivano, mentre oggi di grandi opere si continua solo a parlare…

LINUS È ANCORA UNA RIVISTA DI FUMETTI?

LINUS È ANCORA UNA RIVISTA DI FUMETTI?

LINUS È ANCORA UNA RIVISTA DI FUMETTI?

La longeva (il primo numero è uscito nel 1965) Linus è tutt’oggi una rivista dalla grafica elegante e dagli ottimi contenuti, ma è ancora considerabile una rivista di fumetti? Prendiamo a esempio il numero di gennaio, o 01, del 2026. Composto da 120 pagine, vede quelle che ospitano fumetti ammontare a 71. Di queste 22 sono dedicate a Peanuts e Calvin & Hobbes, due meravigliose strisce, terminate però da decenni e ristampate innumerevoli volte. I fumetti inediti occupano quindi solo una cinquantina di pagine, meno di metà della rivista, quindi. Le altre pagine sono dedicate a interessanti testi, che il più delle volte, però, non fanno dei fumetti il loro centro di interesse, dedicandosi piuttosto a musicisti, attori, scrittori, ecc. Pur ribadendo la qualità del tutto, la domanda iniziale resta. Linus sembra più un magazine di cultura varia. Nulla di male, se non che, nell’arido panorama italico di riviste di e sui fumetti, preferiremmo fosse dedicato uno spazio molto maggiore alla nona arte. Inedita. (DaC)
INTRODUZIONE AL FUMETTO FILIPPINO

INTRODUZIONE AL FUMETTO FILIPPINO

INTRODUZIONE AL FUMETTO FILIPPINO

I manga imperversano in Occidente, attirando lettori soprattutto tra la fasce più giovani e “catturando” quel pubblico femminile che in molti Paesi, Italia inclusa, si era da tempo allontanato da serie e personaggi dal taglio prevalentemente maschile.

Il processo è stato simile e maggiormente invasivo in Asia ove, per vicinanza geografica e culturale, i fumetti giapponesi hanno letteralmente sbaragliato quelli di altri Paesi. Scuole fumettistiche come quella di Hong Kong o quella taiwanese, un tempo floridissime per uscite e vendite, sono letteralmente scomparse attorno agli anni Novanta e solo ora stanno faticosamente provando a risorgere, da un lato assorbendo tematiche e tecniche grafico/narrative dei manga, dall’altro rielaborandole attraverso la propria visione e la propria cultura.

Un destino simile è toccato anche al fumetto filippino.

Durante gli anni Ottanta i fumetti filippini hanno raggiunto l’apice della popolarità. Molti venivano trasformati in film, altri utilizzati per promuovere iniziative governative.

Si stima che al tempo, dopo Giappone e Hong Kong, le Filippine fossero il maggior produttore e consumatore asiatico di fumetti, con la pubblicazione di 47 settimanali e una tiratura totale di 2,5–3 milioni di copie annue e un numero di lettori molto più alto grazie alla condivisione tra amici e famiglie (all’epoca la popolazione era composta da circa 50 milioni).

Gli albi in genere contenevano più storie brevi (o puntate di storie lunghe) realizzate da autori differenti.

Alcuni komikeros – così si chiamano gli autori di fumetti, i komik – erano vere e proprie superstar, pubblicando su diverse testate e avevano degli allievi.

Francisco Coching

Tra gli artisti più popolari e prolifici spiccava Francisco V. Coching (1919–1998) che nel 2019 si è guadagnato persino un francobollo (per il centenario della nascita) e sin dagli anni Cinquanta è stato un punto di riferimento per il fumetto avventuroso, dal classico western alle avventure esotiche nelle giungle del sud est asiatico.

Il suo è un tratto dalle pennellate fluide, di matrice realistica e ricco di dettagli, al servizio di tavole elaborate e dall’abbondante numero di vignette. Guardando certe sue tavole popolate di cowboy e cavalli non si può fare a meno di chiedersi come sarebbe stato un Tex disegnato da lui.

Tornando ai suoi personaggi, tra i più famosi vi è Barbaro, che imbraccia le armi per vendicare l’ingiusta morte del padre, divenendo anche un protettore del popolo contro gli oppressori, in una sorta di violenta lotta di classe.

Non meno noto è El Indio (citato nel volume di Paul Gravett “1001 fumetti da leggere prima di morire”) del 1952, il cui protagonista è un giovane meticcio di nome Fernando, che torna nelle Filippine dalla Spagna alla ricerca del padre scomparso.

Lì si unisce a un gruppo di ribelli guidato dall’enigmatico Kapitan Martin Castillo, che gli lascia in eredità il salakot (tradizionale cappello filippino) appartenuto al famigerato fuorilegge nativo Sabas.

È l’inizio di una grande avventura, graficamente esplosiva.

Ma facciamo un po’ di passi indietro…

Le origini

I komiks nascono, come la maggior parte dei fumetti, agli inizi del ventesimo secolo.

Secondo alcune fonti l’origine dei proto-komiks filippini può essere fatta risalire all’indipendentista José Rizal, autore di diverse storie illustrate, come l’adattamento illustrato del 1885 del racconto popolare filippino “La tartaruga e la scimmia”, che presenta una combinazione di parole e immagini simile alle storie moderne.

Immediatamente si fa sentire l’influenza del neonato fumetto americano, dopotutto gli Usa hanno occupato le Filippine (sostituendosi agli spagnoli) nel 1889.

La prima striscia umoristica, sul modello americano, arriva nel 1929, sul settimanale Liwayway, la prima rivista letteraria delle Filippine.

Si tratta di Mga Kabalbalan ni Kenkoy (“Le disavventure di Kenkoy”), incentrata sul Kenkoy del titolo, un filippino che cerca di imitare gli americani.

La striscia è realizzata dallo scrittore Romualdo Ramos e dal disegnatore Tony Velasquez.

Il personaggio è talmente popolare che “Kenkoy” diviene sinonimo di “qualcuno che è esilarante, divertente o spassoso”, mentre Velasquez viene definito il “padre dei fumetti filippini”.

Gli anni d’oro

Durante gli anni Quaranta, l’occupazione giapponese porta a un divieto di pubblicare fumetti americani. Ciò spinge al blocco di molte pubblicazioni ma anche all’incentivo per gli autori locali a creare serie totalmente proprie.

È in questo periodo che comincia a sorgere la stella del già citato Coching, ma anche quelle di altri artisti come Federico C. Javinal e Mars Ravelo (1916–1988).

Il primo crea Armida, la “bella pirata”, e diventa assistente di Coching, firmando con lui moltissimi albi.

Il secondo comincia a lavorare nel 1949 e ben presto viene soprannominato “il re dei komiks”.

Nel 1962 crea Suicide Susy, una ragazzina che si muove sullo sfondo dell’occupazione giapponese.

Ravelo sembra avere una predilezione per i personaggi femminili e nel 1950 crea Darna, sorta di Wonder Woman filippina.

Il fumetto americano, anche se non più pubblicato, continua a influenzare gli autori locali, portando suggerimenti in ambito narrativo e grafico.

Ecco quindi i tarzanidi, che trovano nella serie Kulafu, di Francisco Reyes, un valido rappresentante.

Il pubblico cresce e la scuola grafica filippina viene notata negli Stati Uniti, tanto che Marvel e DC negli anni Settanta reclutano numerosi komikeros.

Caduta e resurrezione

Negli anni Novanta, l’instabilità economica, i disordini politici e i disastri naturali mettono a dura prova le famiglie, determinando un forte calo delle vendite di fumetti.

Televisione, Internet, manga e anime aggravano ulteriormente la crisi.

Molti artisti lavorano ormai all’estero.

Il ventesimo secolo

Il nuovo secolo segna una rinascita del fumetto filippino. Se la “vecchia” industria dei komiks è ormai finita, nuove realtà indipendenti prendono forma.

Nascono autoproduzioni, editori indipendenti, convention come Komiket e Picof e si affermano i webcomic.

Si respira un’aria di grande libertà creativa e una forte attenzione alla cultura filippina, alle sue tradizioni e leggende.

La serie Trese (2005), scritta da Budjette Tan e disegnata da Kajo Baldisimo, esplode nel 2021 grazie alla trasposizione animata Netflix.

Particolarmente originale è il graphic novel Elmer (2006) di Gerry Alanguilan, che affronta temi di uguaglianza e diritti attraverso una potente metafora.

Altri autori esplorano horror, fantascienza e storie quotidiane, dimostrando una scena viva, propositiva e in lenta ma costante rinascita.

(Dac)

80 ANNI PER I MOOMIN

80 ANNI PER I MOOMIN

80 ANNI PER I MOOMIN

Il mondo dei Moomin è stato creato da Tove Jansson, artista finlandese figlia dello scultore Viktor Jansson e dell’illustratrice Signe Hammarsten-Jansson. Nonostante cominci a pensarci già a fine anni Trenta, la Janson lo porta sulla carta solo nel 1945, nel libro per bambini intitolato Småtrollen och den Stora Översvämningen (“I piccoli troll e la grande alluvione”). All’inizio degli anni Cinquanta l’agenzia inglese Associated Press chiede alla Janson di creare una striscia dedicata al mondo dei Moomin, che fa il suo esordio sul quotidiano London Evening News nel 1954 e a cui porta un forte contributo il fratello di Tove, Lars.
Al centro di libri e fumetti vi sono le avventure un po’ naif di Moomintroll (questo il nome originale del protagonista), un benevolo troll dalle forme tondeggianti, tanto da spingere i primi traduttori italiani a indicarlo come un ippopotamo. Moomin è presto circondato da una miriade di comprimari. Innanzitutto i genitori, prima persi e poi ritrovati, poi la fidanzata Adipella (in originale Snorkföken). Tutti Moomin, e in quanto tali identici nell’aspetto, se non per qualche piccolo dettaglio che permette di distinguerli: un cappello per papà Moomin, un ciuffo di capelli per Adipella, ecc. Ci sono poi una pletora di animali veri o inventati, tra cui un buffo topolino che appare sin dalla prima vignetta, l’amico Sniff e l’umano Pipetta (in originale Snorkföken). Fatto curioso è che non vi è grande distinzione tra esseri umani, che appaiono molto limitatamente, Moomin e altri animali (veri o immaginari), dato che tutti mostrano comportamenti umanizzati, vivono in case, stringono complesse relazioni interpersonali. Apparentemente per bambini, in realtà i Moomin sono apprezzati da un pubblico vasto ed eterogeneo, che rimane incantato di fronte ai teneri comportamenti dei personaggi, alle prese con situazioni quotidiane abbastanza semplici e avventure dai buffi risvolti: una gita in spiaggia, una nuova casa, l’incontro con strani pirati, un’alluvione, ecc.
I Moomin godono, ancora oggi, di uno strepitoso successo in Giappone. Il merito spetta probabilmente alla serie animata prodotta nel 1969, che li ha resi popolari presso il grande pubblico. In realtà i primi episodi di quella produzione si discostano abbastanza dal fumetto originale, spingendo la Janson a protestare e a richiedere cambiamenti, apportati negli anime successivi realizzati a più riprese fino agli anni Novanta. Le serie animate sono complessivamente tre: Moomin (del 1969, 65 episodi), Tanoshi Moomin Ikka (del 1990, 78 episodi), Tanoshi Moomin Ikka Boken Nikki (del 1991, 26 episodi). A queste nel 1992 si aggiunge il lungometraggio Tanoshii Moomin ikka: Muumindani no suisei. Ma l’affetto con cui i giapponesi di tutte le età seguono la serie e i personaggi è dimostrato da un fiorente merchandising, che copre ogni tipologia di prodotto. Dalle agende ai quaderni, dai pupazzi alle tazze da té, i grandi magazzini nipponici offrono gadget, utili e inutili, per soddisfare ogni esigenza. Non solo, a Tokyo esiste anche un negozio di dolciumi dedicato ai simpatici trolls, con delizie che ne rievocano il mondo zuccheroso.

(DaC)

I 50 ANNI DI CIPPUTI

I 50 ANNI DI CIPPUTI

I 50 ANNI DI CIPPUTI

La classe operaia va in Paradiso, recita il titolo di un celebre film degli anni Settanta. Cipputi, tuttavia, sa bene che prima di raggiungere tale traguardo lo attendono l’inferno della fabbrica e il purgatorio della politica. Passaggi obbligati che affronta con ironico cinismo, senza mai rinunciare all’unica vera libertà che gli resta: pensare.

Il celebre operaio da catena di montaggio creato da Carelo Tullio Altan esordisce nel maggio del 1976 in una vignetta su L’Uno, inserto di Linus, mensile in grado di coniugare l’intrattenimento a fumetti con l’impegno politico. E Cipputi non può che essere figlio di tale strano e straordinario connubio, in grado di strappare un sorriso facendo riflettere. In realtà il nome del personaggio non è ancora definito, talvolta viene appellato come Cipputo, o Capponi, Cesputi, Cavazzuti o col più sintetico Cippa. Anche l’aspetto mostra qualche oscillazione, cristallizzandosi in un’icona perfettamente definita solo dopo qualche tempo. Inizialmente, forse, Altan non intende dare vita a un character fisso, ma rappresentare il disagio operaio in vignette con personaggi sempre diversi eppure sempre uguali a sé stessi, ma poi Cipputi prende forma e il sopravvento, divenendo il fulcro attorno a cui ruota uno sterminato numero di vignette. Già, perché Cipputi non è un personaggio dei fumetti, ma un personaggio delle vignette, se così si può dire. Eppure, messe tutte in fila, quelle immagini singole, quelle folgoranti riflessioni sull’universo fabbrica formano una sorta di lunghissima storia, la storia di Cipputi Gino (alla Fantozzi, prima il cognome) e la Storia (sì, con la esse maiuscola) dell’Italia.

SIMBOLO OPERAIO
Cipputi è nato così, spiega lo stesso Altan, “due operai che parlavano tra di loro con scetticismo. Allora la voce della classe operaia era molto forte. A poco a poco Cipputi è diventato un simbolo.” Tuta da metalmeccanico taglia large, evidentemente frutto di un’alimentazione italian style, occhiali tondi, naso pronunciato, cappellino con visiera all’indietro, unica concessione alla moda giovanilista. Da segnalare anche il mistero delle dita, a volte cinque altre volte quattro (come nel mondo dei cartoons) per mano. Ma non è l’aspetto di Cipputi a lasciare il segno, bensì il pensiero. Veterocomunista, sa bene che la struttura conta più della sovrastruttura, i contenuti più delle apparenze. Permeato di pessimistico realismo, Cipputi osserva ciò che avviene attorno a lui e sulla sua pelle e lo riassume in caustiche riflessioni colme di proletaria saggezza. Non si fa grandi illusioni, l’esperienza gli insegna che il lato corto della pagliuzza tocca sempre ai più deboli, che dietro la benevolenza dei padroni si cela un trabocchetto, che i roboanti discorsi dei politici sono promesse da marinaio. Politicamente condannato all’opposizione eterna, costantemente minacciato dalla spada di damocle della cassa integrazione, si difende come può, con le parole. Frasi affilate come lame, che non risparmiano fendenti neanche alla sinistra e ai sindacati, sempre meno aderenti alla volontà operaia di cui sembra essere diventato l’estremo baluardo.

UN MICROMACROCOSMO
Lo scenario entro il quale si muove Cipputi è quasi sempre lo stesso, quello della fabbrica. Una sorta di siparietto connotato da pochissimi dettagli: le tute degli operai e qualche macchinario sul quale il Cipputi è costantemente alle prese con trapani, cacciaviti e utensili vari. L’abitudine al lavoro in fabbrica è tale che, anche quando va in vacanza, si ritrova a costruire improbabili impianti meccanici con la sabbia. Quel microcosmo lavorativo, però, fa da gran cassa al macrocosmo della società, grazie ai secchi dialoghi tra Cipputi e i colleghi. Sono il mondo del lavoro e della politica a tenere banco, ma non manca qualche veloce incursione in quello del calcio e in altri ambiti, specie se si rivelano corrotti e collusi coi potenti. Il lavoro alla catena di montaggio gli ha fatto capire che anche quando tutto cambia niente cambia, e l’ombrello finisce sempre nel solito posto. Per questo, quando un collega lo imbecca con la frase “quando andiamo noi operai in TV cala l’ascolto”, Cipputi prontamente risponde, “manca la sùspens. Lo sanno tutti che alla fine lo prendiamo nel didietro.”
Oltre che sulle pagine di Linus, Cipputi finisce in raccolte librarie, persino di editori prestigiosi come Einaudi, o appartenenti a personaggi politici da lui sbeffeggiati, come Mondadori. Approda anche sul palcoscenico, grazie al Teatro dell’Archivolto, che nel 2006, in occasione del trentennale della sua nascita, costruisce lo spettacolo “Cronache dal Bel Paese” e lo mette in scena nelle Ex Acciaierie Cornigliano. Insomma, ancora in fabbrica…

(DaC)